Racconti

La linea della bufera

Veniva giù forte la neve quella sera. Prese a camminare nel vento che tagliava il viso, facendo vorticare i fiocchi come atomi bianchi e dal numero infinito.
Una sera di bufera, una sera di clima nordico, una camminata per nessuna direzione, solo verso il bianco, verso il vento che faceva fischiare i rami dei pini. In fondo le luci rare nella vallata. Luci di un chiarore acceso come un affetto del mondo, mentre l’assedio era incessante, mentre tutto il peso della vita era presente. Ma camminare faceva bene, con la neve che emetteva quel suo rumore tipico quando la si pesta, passo dopo passo, lasciando delle impronte, presto già disfatte da altra neve, o dal passaggio di altri piedi ancora simili, ma diversi. In quei momenti pensava: agli amici, così necessari, poi alla donna idealizzata e sovrapposta a quell’ altra dal profilo preciso, di cui sapeva altrettanto bene. Sono l’unica ricchezza, proprio loro, le relazioni umane, pensava, e meglio lo vedi in questo bianco e in questo vento simile a una lezione, come una forza che azzera. Un preciso Diktat gli faceva in quel momento svoltare il cuore, il suo battito e la camminata. C’era quella fatica fisica che egli cominciava a sentire per il sudore che gli scorreva lungo la schiena sotto il maglione e la giacca a vento. La fatica era parte della conquista ; lo capiva dalla forza che lo spingeva a inoltrarsi per darsi alla bufera, come a una fiammata del freddo, a un’eruzione del gelo latente, da cui venivano i cristalli, e forse vengono i primi pensieri ancora non nati e certe parole. Parole anch’esse che devono essere fatte della stessa materia della neve.
D’altra parte senza solitudine non si poteva camminare in quel modo, né raccontarne.
Chi noi amiamo è lontano, ma ci attende, pensava. La bufera è la linea che accomuna i luoghi, che li racconta – qualcosa che accade ora ed è remoto. Una storia si dirà che sfugge alla cronaca; un’epica , lui pensava, dei vortici, e dei fiocchi; e del vento che se li porta.