1999 – La poesia di Marco Marangoni, di Giampiero Marano

140715_democrazia_copertina_mar19996. La poesia di Marco Marangoni è abitata da un’inquietudine sottilmente controllata ma radicale. Non si tratta dello spleen esacerbato e per certi aspetti grottesco del ribelle-bohémien milleriano ma di quella «meraviglia» sapienziale dinnanzi al mistero dell’essere da cui, secondo Aristotele, nascono la filosofia e la poesia in quanto racconto di miti. Per avvicinarsi ai complessi testi di Marangoni bisogna appunto partire dai Greci: sia dall’intuizione aristotelica sull’origine comune della ragione e del mito, sia dall’affermazione già presocratica del primato della vita contemplativa sulla prassi.
In un secolo come il nostro, che ha separato con violenza inaudita gli ambiti della conoscenza e dell’immaginario subordinando il secondo al primo, uno dei pochi intellettuali a muoversi in controtendenza e a riflettere intorno al legame necessitante fra filosofia e poesia (o, per usare la sua stessa terminologia, fra «logica» e «fantasia») è stato un autore molto frequentato da Marangoni, Giuseppe Ungaretti. Nel 1922, infatti, Ungaretti scriveva su «La Ronda»:
La logica in un’opera d’arte precede perfino la fantasia, se logica e fantasia non si generassero a vicenda: ma vorrei dire che tutto quel potere d’evocazione della realtà, quel potere magico di restituire per sempre, muovendo la fantasia, un momento della realtà, l’arte l’ottiene principalmente per la sua forza geometrica.
Questa testimonianza di importanza capitale ci aiuta a cogliere dall’interno, sia pure fuggevolmente, la dinamica spesso oscura della creazione artistica. Smarrito in una realtà ostile che appare con la maschera impenetrabile della Sfinge e travolto perciò dallo thaumazein («Il mio povero cuore / sbigottito / di non sapere», dice Ungaretti) con le sue mille fantasmagorie, il poeta – non sappiamo perché né come – incontra la logica, la geometria: la follia diventa misura (metron), l’angoscia si risolve in musica e canto. Ora, la coscienza di una simile, poderosa combinazione alchemica è sempre viva in Marangoni: direi anzi che rappresenta la cifra stessa della sua poesia.
Leggiamo alcuni versi (un quadrisillabo, due senari, due settenari e un quinario, tutti piani tranne il primo senario, che è
La democrazia e l’arcaico tronco per va ria tio) particolarmente adatti a esemplificare l’osservazione di Giuseppe Conte il quale ha parlato, per la poesia di Marangoni, di «versi dalle scansioni anche musicalmente, metricamente severe»14:

Pure scaglie
di un giorno che non
ha fine. Esitiamo
davanti all’universo
abisso che risuona
senza parole.

In questo endecasillabo giambi e anapesti si alternano producendo un singolare effetto di accelerazione e decelerazione ritmica:

Penombra cammina sulle pareti
(Penòm | bracammì ! nasùl | leparéti)

La meraviglia si accompagna alla sensazione avvolgente dell’irrealtà del mondo, all’impressione che le cose non siano autonome, ma simili piuttosto a burattini – un simbolo caro alla sapienza greca e indiana! – azionati da un regista invisibile: la «quiete che muove/ di nascosto il paesaggio» o la «forma del cuore/ inesplicato», come scrive Marangoni nella poesia che apre la sezione di Tempo e oltre intitolata significativamente La sostanza del sogno. Lo stesso concetto ritorna qui:

nevi,
e pini tremavano mossi
come dal peso
di una dolce mano

Anche la poesia di un autore che accosterei a Marangoni proprio in virtù di questo «pathos del nascosto», Biagio Marin – cultore, come lo stesso Marangoni, del pensiero di Michelstaedter – è caratterizzata dall’idea del mondo come teofania, come arabesco «co’ le radise ne l’eternitàe»:

Duto ‘l mondo vangelo
per cu che pol capi,
duto ‘l mondo xe sielo,
sielo d’un solo dì.
(Tutto il mondo vangelo
per chi può capire,
tutto il mondo è cielo,
cielo di un solo giorno).

Dichiarare che le cose sono «vangelo» e «cielo» è come dirle simboli della trascendenza, divinità effimere (da Empedocle sappiamo che gli dei non sono eterni, bensì makraiones, “longevi”).
Ci si può domandare allora: come cogliere questa identità di essere e temporalità se non ponendoci in ascolto delle cose stesse, contemplandole senza lasciare che la volontà di potenza le trasformi in strumenti, le adoperi? Ciò spiega l’importanza del bios theoretikos nella poesia di Marangoni:

Il mio sguardo è luogo
che contempla e non si
oppone, ma vede e ama.

Il guardare, per Marangoni, non è un atto la cui dimensione debba essere quella dispiegata e screziata della temporalità bensì un «luogo» metaforico, un ricettacolo interiore che il poeta raggiunge scendendo, come il Waldgang ju??ngeriano, «al centro del bosco», cioé al centro di se stesso e del mondo, a una profondità tale da non riconoscersi più nei contorni ruvidi della soggettività profana. È Marangoni stesso a parlarci di questa iniziazione in un testo straordinariamente penetrante che considero il manifesto della sua poetica:

Fra gli alberi sono
disceso al centro del bosco.
Lì ho sentito il cerchio
battere, un ritmo
a onde concentriche. A
forma di vite e oblio.
Ho capito. La mia anima
di fibra e vento. La
mia mente come l’aria
limpida e vicina
all’incendio.

Mi ha trasceso: la forma,
il senso. Mi sono mosso
nella pura libertà del tempo.

Ora, non ritengo eccessivo sostenere che l’esperienza di cui parla Marangoni in questi versi sia il riflesso poetico-estetico dell’intuizione dell’identità Assoluto-Sé (brahman-atman) o Essere-Divenire, la pura libertà del tempo, su cui si fonda la metafisica orientale, come dimostrano, fra gli altri testi che si potrebbero citare, le Upanishad vediche.
Ovviamente la terribile vastità dell’argomento in questione richiederebbe, per essere trattata in modo appena soddisfacente, una sede ben diversa da questa. Mi limiterò a rilevare che l’esperienza dell’identità suprema a cui si riferisce la sapienza orientale è lo stato dell’essere in cui l’io profondo e l’Uno, la creatura e la realtà misteriosa al di là dello stesso creatore vengono a coincidere. Scrivere diventa così un paziente e levigato esercizio di visione in cui la natura viene trasfigurata e caricata di significato:

Là nel punto ove il cielo
e le terre si sfiorano
è fermo il destino e il
vento a volte tace
e un albero si adorna
del mistero delle foglie

Marangoni si rivela poeta proprio per quel suo andare in cerca dell’istante immobile in cui la cosa si «india», benché sia molto più appropriato e rispondente alla realtà dell’esperienza artistica dire che è quell’istante ad «affacciarsi alla finestra» del poeta.
L’universo è un narrare ininterrotto, un eterno canto cosmogonico del quale il poeta si fa umile ascoltatore:

ma,
del dio dei mortali
e delle foglie, delle piogge e dei
soli sulle arene
voglio sentire ancora raccontare
come una volta, come
sempre.
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Giampietro Marano

La democrazia e l’arcaico
Il destino poetico dell’uomo contemporaneo

Arianna Editrice