2002 – Dove Dimora la Luce, di Tomaso Kemeny

Marco Marangoni
DOVE DIMORA LA LUCE
I Quaderni del Battello Ebbro
Introduzione di Tomaso Kemeny
dovedimoralaluceLeggendo Dove dimora la luce di Marco Marangoni, mi è tornato in mente come molti anni fa, nella regione dei laghi Zumpango e Xaltocàn, nella parte nord-occidentale del Messico ho visto degli aeroliti tagliati dagli Aztechi in modo da presentare una superficie piana, perfettamente levigata, riflettente immagini.
Le chiamano “specchi d’amore”, queste cose giunte dal cielo e approntate aI meraviglioso dall’ ingegno artigiano di un’ antica popolazione precolombiana.
Nella sequenza di poesie intitolata “Meditazioni”, nella parte prima del volume, si incontra la poesia “Quale grande riflesso” che mi ha preso al laccio (e mi ha attirato nel labirinto delle mie troppo trascurate tracce mnestiche) e l’ho letta e riletta più volte, finché si è risolta in una costellazione d’immagini con un unico referente metaforico, che ora appare come “l’essere amato”, ora come “un corpo celeste” (il sole), ora come un “verso” riflesso “della poesia nella poesia” resa assoluta nell’ istante dell’incontro decisivo. Dal punto di vista di questo testo è solo l’opportunità di diventare immagini riflesse a impedirci di crollare. Luogo delle immagini rafforzate (il flusso poetico è un continuum d’intensità ad “alta fedeltà”, incomparabilmente più coerente della fragile intensità esistenziale quotidiana), la poesia mi ha riportato in mente l’aerolito in cui, tanti anni fa, mi sono specchiato nella leggenda Azteca del sole che non tramonta.
Uno degli aspetti più avvincenti della poesia di Marangoni (una scrittura apparentemente semplice, di facile lettura) è quella di liberare un pensiero poetante nomade che sfiora molte potenzialità tematiche senza svilupparle in un insieme logico-narrativo, ma lasciandole al fasto delle profondità non occluse. Sempre nella prima parte del volume ci si imbatte in “Solo quando provato il niente”, dove il “riflesso” seduce innocenti, deboli, puri prendendoli sotto la protezione dell’immagine speculare o del sogno.
In queste poesie copia/originale, tutto/niente, essere/ apparenza, non fungono da opposti, ma si rivelano complementari. L’autore, quindi, si rifiuta di insegnare, manifestare, giudicare eventi e fatti, e preferisce istituire una scuola di vertigine.
Così anche il cielo e la terra, fiori e astri, intrattengono rapporti inconsueti di parentela e di somiglianza. Il moderno demone dell’analogia qui non tende però ad alludere alla duplice nullità della parola e del mondo, ma alla redenzione nell’istante del loro incontro sulla pagina. Il non senso dell’ esistenza viene così riassorbito nel mito della lingua madre intesa anche come culla di intolleranza verso espressioni smaliziate, svigorite dal sospetto e dall’ incredulità sistematica; di questo modo l’autore avvilisce il nulla che ci insidia e si rifiuta ad elevarlo secondo idolatrie post-moderne e post-umane.
Ne risulta una tenera logica dello smarrimento e il motivo del grande amore ritorna come immagine protetta da ogni corruzione, anche da quella dovuta alla rettorica delle passioni. E così avviene che in “Nel cuore dell’ inverno tu sverni Amore” l’amata viene esposta allo stato limite dell’immaginazione, e viene così trattenuta dal precipitare nella rovina della coscienza. Attenuando le tracce delle passioni, l’autore evita prestazioni simboliche listate a lutto a causa della natura caduca delle cose terrestri.
Pare, poi, di capire che l’autore ha davvero “qualcosa da perdere” (un tesoro metaforico?) e i testi qui presentati paiono scongiurare che ciò accada. Pare anche che la grazia, la luce, il silenzio intimidiscano l’autore teso, senza fine, verso un’ ignota forma di perfezione. Tant’ è vero che la “morte” appaia sotto la maschera rassicurante di “una piccola fine” (si veda “Sera, stanchezza..,”).
In questo libro il pensiero poetante si muove a suo agio, elidendo opposizioni, antinomie, consigliando la frequentazione di tensioni complementari a quelle in atto, finché, a un certo punto, le parole e Ie cose paiono fondersi là “dove dimora la luce”.
Qui la pratica di uno stile “in levare” non è maniera, ma una forma di fedeltà necessaria perché la metafora della luce non si spenga.