2014 – almanacco del ramo d’oro – Congiunzione amorosa, di Marina Giovannelli

140715_almanacco_copertina_sem_n1_mar2014Marco Marangoni, Congiunzione amorosa,
Moretti e Vitali, 2013, pp. 72, euro 12,00
I filosofi lo sanno che non d’è coincidenza fra mondo e parola, e da sempre si sforzano di superare lo scarto attraverso il filtro della ragione, nella ricerca di un metodo per la conoscenza.
Anche i poeti contemporanei lo sanno, e ne soffrono, ma li differenzia dai filosofi un sentire che colma distanze, un volere che persegue l’incontro con il reale nella sua concretezza, con ogni ‘altro’ da sé che si manifesti nella sua propria unicità d’esistenza.
È la molteplicità della vita nelle sue manifestazioni, è la possibilità di con-fondersi con le cose, la disposizione all’ascolto delle voci presenti e passate — mai del tutto trascorse — che popolano i giorni che consente recensioni al poeta di perseguire una via, nonostante tutto. È la via dell’aprirsi allo stupore, del saper vedere in ogni nuovo giorno un cominciamento. In altri termini è l’amore alla vita.
Qui trova la sua ragione la lirica di Marangoni che fin dal titolo della sua ultima raccolta rende esplicita la poetica che innerva il suo sguardo e la sua parola, mai disgiunti, e del resto “meraviglia” e “sorpresa” sono termini ricorrenti in questo libro, insieme ad altri che potremmo indovinare: “aria”, “luce”, “carezza”, “voce”, “corpo”, e altri ancora che invece non ci aspetteremmo.
Tra questi ultimi, incrociamo nel discorso poetico di Marangoni “forza”, da intendersi come capacità di convertire in vita l’innegabile minaccia di dispersione che incombe, segnalata, meglio suggerita, da parole allusive (Poi il chiarire di stelle (corsivo mio); “nero quotidiano; “una barca ritorna da sola”; “giorni che non diresti, che non vorresti”), ancor più da brividi di smarrimento (così leggo i frequenti puntini di sospensione), da silenzi che aprono spazi bianchi tra i versi a evidenziare l’arresto che il dubbio pone al fluire dell’esistenza (magnifico il mutare dello stato d’animo reso con il verso “ma dopo la notte, la coperta // di stelle e l’aurora” in cui la lunga pausa tra “coperta” e “di stelle” rende quasi visibile il lento stendersi del firmamento sull’umano dolore).
La dimensione (etica?) del poeta sta dunque nella “forza” di rigenerare l’esistente, senza limitarsi all’osservazione, al contrario impegnandosi in una sorta di “lotta” (altra parola ricorrente) con la realtà. Più d’una lirica va in questa direzione: “E se le foglie che si affidano / una notte / si piegano, tu falle d’oro, tu, / falle d’argento”; “nel combattere / è il tuo dovere (di vivere)”; “È lo sforzo di annodare / il tappeto, i fili diversi”, direzione dell’adesione al mondo, di più, della fedeltà ad esso da perseguire, e lo dimostra l’uso di una terminologia tipica della ‘cura’ delle cose e della relazione, con rimandi al tessere, all’annodare, al comporre, all’impastare.
E c’è dell’altro in questa ricca silloge, in cui la misura calibrata della dizione, che evita ogni basso e ogni acuto, è pari all’ampiezza e intensità dei rimandi, quasi a conferma che il ‘lavoro’ sulla parola fa parte dell’impegno di fedeltà del poeta alla sua musa.
Un’idea, quasi un proposito, di “restare”, “trattenere”, “prolungare” ricorre in diversi componimenti, a sottolineare l’importanza diogni attimo, di ogni frammento di esistenza da non sciupare per inconsapevolezza, e infine un’attenzione “ai luoghi che altri hanno / ordinato”, al “palinsesto mutato”, figura di quell’aspetto della storia personale (e non solo) che è dato richiamare alla mente quando un ambiente, o una persona, significa, cioè si fa “segno” e “nome”.
Marina Giovannelli

Almanacco, Marzo 2014