2013 – Marangoni e Ungaretti, di Gianfranco Lauretano

marangoniungarettiMarco Marangoni direbbe che la cultura è fatta di dialoghi e che la nostra realizzazione è un moto perpetuo che può continuare solo attraverso il dialogo. Per un poeta ciò ha grande valore anche se si pensa ai suoi maestri, nel caso di Marco Marangoni: Giuseppe Ungaretti, primo fra tutti. Marangoni è proprio ungarettiano, cioè un poeta che si ferma a guardare il lato bianco della pagina:

È un cambiamento la vita
che si fa luce e dono, scia
che dirama nel buio
come un fuoco; come il nome
che rimbalza nel nome — e fino all’ignoto

In quel bianco anche Ungaretti sprofondava, avanzando per sguardi, intriso da occulte mani, illuminandosi d’immenso, di una luce a cui quella di Marangoni un po’ assomiglia. Ciò che Ungaretti vi scopriva, infatti, era un attaccamento alla vita ed anche Marangoni ha fede nel principio vitale, positivo, che producendosi permette il pensiero, la visione, sempre di più. Entrambi fiduciosi nella possibilità di produzione di senso della poesia.
Per Marangoni, come per il suo maestro, la poesia rinnova certamente la lingua. Cosa non ha fatto Ungaretti. Al contrario di Montale, che ha destrutturato fin dall’inizio la letteratura (non è forse una sterminata presa per i fondelli della rima l’ultima strofa della sua primissima poesia, Meriggiare pallido e assorto?), con uno scetticismo di cui ci si è potuti fidare solo quando, alla fine, è arrivato a coerenza fin nei cromosomi dello stile – tanto che i discepoli di Montale sono i discepoli di Satura, più che altro –lui non si è limitato a smontare, ma ha ricominciato a costruire. Pochi, tra i milioni di poeti italiani che scrivono oggi, non hanno subito il fascino della sua reconquista, che ha condotto a qualcosa di assolutamente nuovo. Niente da fare, il Novecento inizia con Ungaretti.
Dopodiché arrivano le differenze. In Ungaretti lo spazio bianco è apertura, foss’anche solo una balaustrata di brezza su cui appoggiare la malinconia; talvolta è un’apertura verso il basso, verso porti sepolti da cui arrivano inesauribili segreti. Sempre apertura è. Lo spazio in Marangoni sembra invece più al servizio di una concentrazione: le parole non formano solo un gesto linguistico. Esse ci danno un’anima, una psiche se vogliamo, che sta guardando e pensando e quasi la vediamo nell’attimo di scaturigine di quel pensiero. E non è mai sola: dice del mondo in cui è, seppure garbatamente, discretamente, con le volutamente scarse risorse del frammento. Ma dice del mondo che è con essa, e quindi in realtà conosce il suo orizzonte, il suo punto fermo, ancorché dinamico. Marangoni ha fiducia che la poesia possa produrre pensiero per il mondo in cui nasce, e mette in atto in continuazione questo dispositivo. Bisogna rendersi conto che ciò rappresenta una posizione assolutamente controcorrente, rispetto a concezioni di sfiducia in tutto quello che abbiamo appena detto: il vederlo in azione non rende affatto semplice la lettura di queste poesie, che richiedono la stessa concentrazione di chi le ha scritte. Maurizio Cucchi dice nella sua postfazione “di un territorio testuale, che solo ingannevolmente appare terso e semplice”; d’accordo sulla tersità; ma non so come ci si possa far “ingannare” da una semplicità chiaramente inesistente in Marangoni. La luce come suo elemento caratteristico, infatti, è stato facilmente evidenziato da tutti i suoi lettori fin dalle raccolte precedenti: ma la chiarità è qualcosa che dichiara in continuazione, che dunque esprime un pensiero che ha un percorso, una logica, tesi e ipotesi all’interno di ogni singola poesia.
Il pensiero forte di questo poeta si aggruma soprattutto intorno alla questione di Eros. È nell’amore infatti che il dinamismo operante e vitale del mondo emerge in tutta evidenza. C’è una musa che percorre questi versi, una “donna che amo”, che estrae pienamente il pensiero dal tumulto riconosciuto del sentimento, come dice una poesia quasi aristotelica:

la cosa
è unità al pensiero e al corpo
sull’acqua
che respira gli alberi, il nudo e il vero;
e se un giorno
fu così con la donna,
il passaggio che trovo della voce è l’interna nota di oggi
che mi risuona

lo credo che Marangoni sia un poeta importante e che il suo lavoro di riaffermazione positiva del mondo nella poesia possa essere utile a molti. Oggi c’è una guerra in corso, come ai tempi di Ungaretti, una guerra mondiale a negare la categoria della possibilità; e a negarsi il paragone con le ipotesi positive dell’amore e della storia, che pure continuano a pulsare dal nostro passato anche prossimo. Ma non credo che la vittoria sia di costoro: anche Ungaretti , con un po’ di goffaggine, saltellava come un acrobata sui sassi di un fiume devastato dalla guerra. Ha vinto lui.

Marco Marangoni
Congiunzione amorosa,
Moretti & Vitali
Bergamo 2013