2008 La luce di Marco Marangoni

di Edda Serra

Dove dimora la luce è il titolo della seconda delle sillogi di poesie pubblicate da Marco Marangoni, ed è titolo accattivante, che promette al lettore la visitazione di un mondo poetico rarefatto e raffinato e suscita curiosità per l’autore e per la sua esperienza, là dove ha radice la poesia che così esplicitamente si dichiara.
Devo premettere che di Marco Marangoni nulla sapevo fino ad un mio breve contributo estemporaneo di presentazione di alcuni suoi testi a Fiume alla Comunità degli Italiani, in occasione di una “collettiva” di poeti. E aggiungo che il compito sempre gradito di esprimere un giudizio su testi poetici per me nuovi, si articola appunto nella lettura dei testi: i quali sono il punto di arrivo di un itinerario d’anima, mente e cuore, e di processi cognitivi di radice lontana, ben più lontani dell’esperienza che in qualche misura la parola fissa nel testo.
Di fatto si tratta di due valutazioni diverse: quella relativa al testo risultante che persuade e attira o viceversa respinge, e quella relativa all’iti¬nerario, che, a veder bene, più che una valutazione, è un tentativo di segui re e conoscere í percorsi e i modi per cui la volontà di dire sí fa parola. In fondo questo secondo interesse di lettura affonda nella biografia interiore dell’uomo e in qualche misura la rivela. Non coglie tanto il prodotto finito della parola, quanto il divenire dell’anima.
Dico questo perché la poetica della luce annunciata nel titolo, mentre presume un’infa-nzia ed un’adolescenza ricche dí luce, di solito è frutto di maturità, di frequentazione e familiarità con il mondo metafisico.
A scorrere il volumetto, la silloge si presenta nettamente divisa in due, e la prima parte, sottotitolata Meditazioni, letteralmente invasa dalla luce è di premessa alla seconda, le fa da motivazione, come un introibo; ma è nella seconda parte che nel sottotitolo ripete il titolo dell’intera raccolta, il luogo della luce, in cui il pensiero si libera.
Fin dalle prime battute l’autore si presenta e concede motivando il discorso da lui aperto e destinato ad altri, ma chiede ed esorta: Tu cerca di capire, tu cerca un tuo valore, un papavero, un sogno, il futuro; cercalo come il fuoco si accende nel mondo-Amore. La misura esistenziale proposta è dunque la ricerca. Ed accanto c’è l’invito alla sosta, per ritrovare se stessi, per vivere nella consapevolezza:
«con calma corteggia
l’ora».
Sono espressioni di saggezza, oggi inusuali, poiché i poeti tendono piuttosto contemplarsi, e qui invece presumono un vivo senso di responsabilità dell’altro, a cui è necessario dire e dirsi, e la consapevolezza del valore dell’interiorità in cui calarsi.
Nelle poesie della prima parte leggiamo anche la storia della formazione adolescenziale dell’autore, la felicità della conquista della grazia del pensiero che crea
«conquiso
dí luce
estatica e tersa»
e però spinto – e si traccia un altro addio
«verso una sponda più lontana io cerco,
prego… l’acqua divengo sucui scrivo».
Vivo è dunque il senso dell’appartenenza ad una realtà più profonda, in cui gli ossimori si fondano in unità, come l’albero che risuona muto, come le esistenze che obbediscono ad un moto originario, come quella del niente che dà una certezza che resiste, come l’infrangibilità del riflesso, come i silenzi brulicanti e la vita di un prato invernale. L’esperienza interiore è fondante. Quelle di Marco Marangoni sono certezze minimali proposte con forza positiva e persuasa:
«cerco nel deserto l’acqua e le rose»;
l’amore è il luogo del resistere. E mentre segnala i valori del presente, l’amore, la casa, aggiunge ancora una lezione etica di responsabilità e di libertà: apponiti; un rito nuovo è quello della resistenza.
Ma per la casa, nell’itinerario di crescita dell’io, aggiunge:
«passano anni prima di rivedere
la luce della casa prima,
prima di entrare».
Il mondo degli affetti è reso poi attraverso figure palpitanti di breve scorcio, accompagnate come sono da pudore e sobrietà e rispetto, in una realtà esistenziale che nel suo scorrere è allo stesso tempo limitata ed unica, in cui il segno di fondo, unificante certezza è l’Amore. Piace ai nostri giorni ‘ere questa lezione di adesione alla vita cui il poeta va incontro come abbracciandola nei suoi passi.
La seconda parte è di testi chiusi, generalmente brevi e fortemente coesi. per iterazioni e anafore: sembrano nati da una elaborazione maggio- è più concentrata e studiata, e da una luce di pensiero contemplativo.
E’ del 2007 la successiva silloge di Marco Marangoni, prefata da De Angelis: Per quale avventura, tripartita nelle sezioni di Le strade percorse, Familiari, La ragazza che salverà il mondo. E’ poesia della maturità, della consape-volezza di essere “nella curva del ritorno”, eppure fin dal titolo esprime il senso del mistero che accompagna il cammino, l’unicità dell’esperienza. Ma la lettura si fa quasi incalzante per chi si sente come costretto a seguire pagina dopo pagina il ritmo dei passi dell’autore, di uno cioè che assapora ogni istante del cammino nella sua ricchezza di dono e pure nella sua precarietà ed evanescenza.
Il discorso si fa più semplice in quest’ultima raccolta e nello stesso tempo di più ricca polisemia. L’amore dichiarato alla Vita apre dialoghi con un tu rivolto ora a se stesso, ora al lettore e a chi accompagna nel cammino, al volto che per un istante si definisce nell’incontro e subito — non montalianamente — si sfalda all’amore, alla natura, al paesaggio. Ogni attimo è nuovo, presentimento di avventura, verso realtà intuite e subito negate: «se un varco s’aprisse dei sensi al confuso e sublime». E
«ponte è la traccia,
in uno specchio di luce
se nel soffio un viso
affiora, nel segreto
della voce».
La realtà è
«Quel non previsto
presente che scompare,
quel nulla farsi
del chiasso,
svaporare».
Ma siamo lontani da Eugenio Montale e dal dolore di vivere. Per Marco Marangoni, anche se non mancano delusioni e ferite, appena intuibili in controluce, resta la gioia del cammino, e ora dei «doni dell’inverno» e del miracolo di una prospettiva ossimorica dí sole che è insieme di
«tramonto
di aurora… non so».
Il fatto è che le tappe dell’itinerario sono ignote, ma la meta è
«Oltre e oltre ancora
al cono d’ombre, che il sole
si porta appresso.
Quell’oltre è
«nel volto che ritorna, non effimero
dell’angelo».
Nella seconda e nella terza sezione più espliciti sono cantati gli affetti, come sempre contenuti nella misura del pudore e del riserbo, ma un’aureola di mistero accompagna anche qui l’espressione della femminilità, evidenziata già nel sottotitolo, è la ragazza, quella che salverà il mondo.
Certo, se riandiamo, solo ora, alla prima silloge presentata quasi 3o anni fa (Tempo e oltre, con introduzione di Giuseppe Conte), possiamo ben vedere l’itinerario del poeta, e il cammino dell’uomo, la persistenza della sua vocazione tesa tra filosofia e sogno, contemplazione della realtà di paesaggi e persone ed esperienze, il loro disgregarsi nel tempo, già percepito il mistero dell’avventura del vivere.
Ora della poesia di Marco Marangoni vorrei sottolineare la luminosità del messaggio che è di gioia e di fede nella vita e nella parola in un linguaggio tutt’altro che scontato.
Per concludere, non posso fare a meno di dire la mia gratitudine per un parola poetica capace di introdurci nella zona del sacro per farlo vivere, come è della vera poesia.

Edda Serra
Quaderni della biblioteca civica
PORDENONE 8/2008 PP 13-16

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