2012 Poesia tra “mobilità” e “frontiere”

Clandestino xxv_n3_4_2012Della poesia tra “mobilità” e “frontiere”

C’è un’idea di frontiera che abbiamo superato per sempre.
Oggi tuttavia, in tempi di global izzazione, come auspica l’antropologo Marc Augé, si dovrebbe ripensare-rivalutare il concetto di frontiera, ma in un senso decisamente diverso da quello contro il quale tanto si è fatto per raggiungere pacifiche relazioni e saldi rapporti comunitari.
La frontiera, piuttosto, è da ripensare in rapporto alla mobilità autentica di tutti noi. La mobilità infatti è l’essenza dell’uomo, che si muove sì nello spazio ma al contempo verso se stesso e gli altri, nella ricerca di un Senso. Questo movimento, che percepisce lo spazio non in astratto, ma nel concreto di un percorso possibile, fa dell’uomo un essere che vive nel tempo fluido, nella storia, e al limite tra coscienza e strati sub-coscienti.
E questo muoversi, che non ha mai termine, sconfina, come un destino nomade, sempre oltre e attraverso frontiere da incontrare, da spostare, ma che non si possono cancellare. Le frontiere sono l’altra faccia della mobilità e si possono solo ridisegnare, come d’altra parte i percorsi, i viaggi, gli incontri. Perfino l’evento della morte non riusciamo a pensarlo se non come un viaggio attraverso il quale la vita non finisce ma traguarda-oltre… verso altri stati d’essere: come nella catabasi di Enea del Canto VI dell’Eneide, fra le immense sedi del silenzio e della notte come la sibilla cumana le invoca: “loca nocte tacentia late”.
Viaggiare significa tracciare solchi, segni, in cui ne va della zona in luce e di quella in ombra, del piano orizzontale e di una trascendenza. La frontiera, conseguentemente, è un concetto mobile, che rende finita l’esperienza, ma che apparendo come confine e non sbarramento vale anche come un segno di speranza. Proprio questa rilevanza complessa della frontiera determina la vera mobilità che significa anche movimento di avvicinamento rispettoso, non invasivo, non violento, o di allontanamento/saluto: “Vorrei ricondurre tutto, ora,/ alla nobile pulizia dei gestii delle parole e dei silenzi,/dei saluti e delle confessioni,/ tra noi, senza più sprechi,/ né equivoci o falsi pudori” (Maurizio Cucchi).
Da qui infatti si salva-guarda il dialogo, e si può comprende lo spirito del dono: “l’amore senza cambio/ preso al volo, dall’aria/ e subito lasciato/ che non si ferma mai” (Gianfranco Lauretano). Uno “spirito” che si dovrebbe osservare anche in relazione ai doni della Terra, riportando l’economia ad un prelievo misurato delle risorse (Latouche).
Muoversi può significare allora e davvero un “andare all’incontro”, di altri vissuti, vicini e lontani, o di altre organizzazioni comunitarie.
Ma questo è proprio il cammino della poesia: “Il poema tende a un Altro, esso ne ha bisogno, esso ha bisogno di un interlocutore. Lo va cercando; e vi si dedica” (Paul Celan, Il Meridiano).
Ed è proprio in queste forme di mobilità, così articolate, che occorre non solo saper viaggiare verso il futuro, ma anche in direzione del passato, mai esaurito, e utile proprio alla mobilità critica del presente. La globalizzazione invece ci ha condotti, oltre ad aver apportato i benefici che sono sotto gli occhi di tutti, alla sola mobilità tecnocratica e finanziaria, sottovalutando le diversità temporali e storiche, e riducendo il mondo ad un repertorio perfettamente percorribile nello spazio, ma senza tempo. All’opposto di questa mondializzazione che fa di ogni luogo ormai un non-paesaggio, un quadro dell’assenza, la poesia, fedele a se stessa, continua il suo contro-canto, mentre disegna l’erranza dei punti di vista nei quali un’epifania, o una Frontiera, riluce anche ora: “Come a me, mentre in lontananza sfrecciava illuminato, il treno per Trieste, davanti al quale gli insetti sembravano svolazzare sempre più impetuosamente — venisse in mente un Dio che mi riconsegnava, dopo una giornata difficile, triste, un modello, questo piccolo modello luminescente un modello in movimento che mi restituiva l’anima” (Peter Handke, inedito, trad.it. Hans Kitzmiiller).

Marco Marangoni