2015 Auto – Antologia

Canto è esistenza.
Appunti per una autobiografia poetica

La mia poesia ha avuto diversi temi e stagioni dal ’94 (cui risale la mia prima pubbli­cazione, nella quale, pure, sono contenute prove liriche giovanili già del ’79) ad oggi. Si è poi concentrata, in particolare, su alcuni temi (ricordo come Carlo Bo, in margine a Jiménez, annotasse che vi sono poeti che hanno il destino di avventurarsi da giovani in alcuni pochi temi e di tornare ad insistere sugli stessi per l’intera loro vita). Ed ecco quali: tempo, luce, destino e la “differenza specifica” del linguaggio poetico, tema di una insistente metapoesia.

Ne è uscito, da questo fondo, un “canto” come governo, interno, del tempo fram­mentato; una poesia come “produzione”( s-velamento) di un Oltre rispetto al tempo dei segni e della scrittura.

Di qui la mia assimilazione della tradizione. Al centro dei frammenti del Petrarca c’è per me l’«aura» che li governa e li mette insieme ( tanto esistenziali, quanto civili) nel linguaggio circolare di una continua metamorfosi, come Apollo realizza l’amore per la ninfa Dafne, in forma di alloro, ossia di poesia. Un senso ulteriore scaturisce nel testo; una dona-zione di senso ne viene da quell’amare l’altro in forma di copia, dove la copia non è solo il mezzo rispetto all’originale, ma un dire l’originale così che nella copia meglio esso si manifesti. La poesia rappresenta così qualcosa di nuovo, un aumento d’essere: nel testo “avviene” un qualcosa che fuori di esso non si dà, ma con il ” fuori” ha una connessione essenziale ed ispirativa. Gadamer ha ben messo in luce questo trat­to di “poetica”, che deriva da una concezione religiosa che il “moderno” ha obliato, per questo cadendo in un progressivo impoverimento di cui ben dice The Waste Land.

Il poeta così, in questa generale impo-stazione, direbbe la parola, ma se-condo il modo per cui si salverebbe il mondo. Direbbe: nel modo per cui il mondo può, in un certo senso, ottenere una specifica illuminazione, e apertura. Resta problematico poi fin do­ve la poesia non solo dica il mondo, illuminandolo, ma lo faccia essere di più, proprio illuminandolo; e ingaggiando una battaglia, tra una forza attiva , angelica, e un fondo di resistenza, di passività, di oscurità.

Intanto Rilke dice «canto è esistenza». E Ungaretti non riesce a vivere-cantare quando si sente in disarmonia. Così nella amousía contemporanea io parlo nelle mie ultime poesie di Musa ( tra memoria e ammonimento).

Resta problematico inoltre come nel postmoderno si possa e si debba contrap-porre alla fine dell’arte, come forma in sé ( secondo la tradizione) un recupero del linguaggio simbolico, sottile, “imma-ginale”, “angelico” (tra Rilke e Stevens), posto che la cultura tecnica sta producendo un progressivo esaurimento della Terra, e una progressiva alienazione delle coscienze.

Oltre al contenuto di poetica, la forma della mia poesia è, per sua natura, lirica.

E ciò nel duplice significato: di bellezza greca del dettaglio, e di meditazione esistenziale, di ascendenza cristiana.

La linea greca si congiunge con quella cristiana: tra emergenza della coscienza re­sponsabile del destino, individuale e collettivo (alla base sia della lirica greca sia della tragedia), e travaglio di un cammino interiore, in cui il dialogo con una Voce, con un’ autorità trascendentale, si fa struttura. Non dunque lirismo, che è esito di un decadere della lirica; asfissia della voce lirica, superfetazione di un linguaggio che non ha fine al di fuori della sua perfezione formalistica: bellezza fredda, e assente, disanimata, e stori­camente datata come l’epoca che l’ha promossa.

Addio al simbolismo, all’ermetismo.

La poesia lirica dunque rinnovata nella sua originale condizione si fa forma di gover­no interno ai frammenti, e sporgenza del senso, u-topia, luogo di una certa Heimat ( Ort -schaft, direbbe Heidegger): restaurazione della parola in cui ne va dell’essere, della pa­rola liberata dalla interpretazione borghese e convenzionalista del segno( Benjamin). Ne viene una poesia mai altisonante, ma quotidiana, essendo il Luogo, La voce, la Mu­sa sempre altrove; e l’incanto vestendo l’abito dell’ironia implicita, saggezza che nel dato legge il frammentario e l’istanza, al tempo stesso, che lo integra altrove, sempre altrove, fin dove possiamo andare, con il canto (Stevens). Perché sempre è la Parola non detta (Eliot).

In Congiunzione amorosa il mio stile ulteriormente va nella direzione di fondo del mio lavoro, puntando sull’importanza di ritrovare dei gesti rituali dell’esistenza, occasioni del suo convertirsi rispetto alla deriva e al frammento. Ne viene una eco-grafia, una pietas come una laica re-ligio della terra.

da Tempo e oltre,
Campanotto, Udine 1994

Solitario luogo, ecco
come mi appare. La casa
il confine, il bosco,
la sera. Ho un ricordo:
una donna che guarda
il mare. Lei ha una
treccia lunga, come una
striscia cometa. Io ho
un pensiero che corre
nel lampo della sera.

La barca arenata
si è
nella calma.
Traspare un’eufonia
di sale e di terra,
sotto la chiglia
del mare (…)
Onde, voci di laggiù
ritenute, e riandanti
per i ricordi (…)
quanti sopravvissuti
ai tempi e ai pirati.

Scrivere è come disegnare
la realtà ed essere
dentro la realtà che
descrivo.
Disegno e sono
la realtà che è
e diviene lungo
i miei segni
destino.

da Dove dimora la luce,
Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2007*

Un vero pensiero non ha
inizio preciso, e così
il vento che naufraga,
il risvegliarsi dei limoni,
o un giorno che cifra
l’anima. Fermati
se puoi, contempla
e la voce dimenticata
una volta ritrova.

Con calma corteggia
l’ora e la musica lontana
e fai come la prima volta
fa chi si innamora.

A Nicolò

Febbraio è mese di febbri,
del sole opaco:
c’è la brina sui prati …
come un abito, che non è rigor
mortis,
ma che tu hai chiamato “incanto”.

Febbraio, la luce
che poco a poco sale
e la notte che si ritira
come il niente può già sempre
fare.
Febbraio, il nemico
che non ci è più davanti, e da sopra
un tornante guardi
allontanarsi:
una parte di te, con cui non potesti
mai accordarti. Febbraio è una
pietra miliare
sul cammino di un anno, il
confine che non puoi togliere, non con le tue
mani.

da Per quale avventura,
Raffaelli Editore, Rimini, 2007

L’albero che risplende
in mezzo all’estate. Il giallo di mele,
l’oro; c’è stato il fiore
di papavero e il sole
a falce. L’albero in fondo allo sguardo
luce e la luce raccoglie,
il suo moto.
Ma ricadranno
i veli d’oro
come vapori raffreddati, piogge,
a gocce lente, lacrimate.
E l’assenza che radica l’albero,
lo sguardo in fondo all’estate.

Le strade percorse e che

percorriamo sempre, con l’orizzonte a capo e il sole
lucente. Poi la pioggia, poi la neve,
allora la coperta del tuo amore, allora
l’amore della mente.

Questo corso a misura d’uomo, questo
universale moto delle stelle.

*

Questa poesia che guarda in faccia
chi muore,
è memore ed è magica
come la nebbia che s’alza
nel mattino a fine estate,
sopra un campo, o sul mare.
la una forza di sole,
d’azzurro e vento,
non è terrestre e non è santa, ma per tutto ciò che muore
e nasce
s’accende e piange e canta

 

da Congiunzione amorosa,
Moretti & Vitali, Bergamo, 2013

Poi il chiarire di stelle
e tu che torni, che ritorni ossigeno
nascente;
hai negli occhi una strada, ed un invito
come i pensieri c’invadono
e sono nel futuro quelli
che ci amano.
E se le foglie che si affidano,
una notte
si piegano, tu falle d’oro, tu
falle d’argento

*

Parlare, dirsi tutto

nel vapore che ci tiene e ci curva

verso un punto,

quel taglio, quell’innesto,

quell’angolo astrale
in cui t’incontro

- vado dove non so, dove non so

resto

*

Non essere virtuale come il sole
che in un giorno d’inverno
è già tramontato, e si vede solo
per la luce
nel gioco della rifrazione;
o musa
della sera
che ispiri le mie strade, tu veloce
e scura, tu sii reale

*

Dove dove dove
le cose vanno
dove vanno di giorno
le stelle ( che splendono la notte)
a dormire? Dove
amore sei
se mi volto,
dove figlio che hai fragili
anni e corde,
va la tua freccia
nel bosco?
Per quali porte che non sai entri
che non conosco

*

C’è l’attimo di Orazio
e c’è l’attimo che brucia il tempo,
che il mio fiato congiunge
a quel fiato, che fa eterno:
cose impossibili e pure che hanno
un senso
perché il reale comincia qui,
dove nessuno, capisci,
si è perso

*

La via del cambiamento
passa per cose semplici
un fermaglio, un riflesso
sui tuoi capelli,
e un dolore forse

una memoria dentro
la luce
delle giornaliere chiarezze,
dentro gli amori
le solitudini
che non puoi dire;
e così però sai delle cento meraviglie,
di quei luoghi al culmine e del fiume
che ritorna a volte
sorgente,
ma non come
la fine
la pace che si rende
e il soffio,
il soffio che soffia
sempre

INEDITI

Nelle nostre parole stanche,
trite, si attende sempre (…)
un riscatto, uno strappo,
che qualcuno infranga
l’ordine dato.

Nelle nostre
vite si attende

che si faccia più spazio.
Ma tu che neghi
ogni velo al tuo passo,
e per me solo sei nel mattino,
questa luce di te e di me
io penso,
questa luce degli oggetti
io danzo

*

Che cos’è la quiete

senza di te? (Altre volte
l’ho detto, senza le tavole
della retorica). Eppure mi
meraviglia sempre, questo stato di senso (sensuale, finale)
e di suono; dove c’entra qui
la donna? e la mia musa? Ma la realtà
mi avvolge al tuo gomitolo
di luce.

E al mito delle forze? Questo io sento. Ed è il corpo
della poesia, che non si traduce

*

La passione di una vita
intera – degli anni
trascorsi a poco a poco e
tutti insieme, mentre
non sai come sia stato …
Quel respiro di polveri e fili
d’oro, del tempo
e a volte un fuoco,
un revolver ….

Ma la fiammata è stata quella
che facendosi strada, dava
luce e calore, faceva quaggiù quello
che, in altra scala, è la fantasmagoria
del sole

*

La poesia non cambierà il mondo,
ma neanche il mondo
cambierà la poesia (…)
l’ho sempre saputo
fin da quando (negli anni alti)
scalciavo a sera le foglie
dei platani lungo le strade periferiche
al centro, dove vagabondavo a volte,
dove ancora solo si vagabonda … e si ha
in quelle linee meno “sorvegliate”
un contatto che ti salva;
e certi momenti

che restano interi, e ritornano nei luoghi
dispersi ed estranei,
come la lingua che parli, il nome che porti,
e quello che sei diventato per tutti

– ecco la differenza tra chi non sono mai stato
in questo stupido tempo, e semmai
in quello d’avvenire, in un dire-dicendo
(…)
per questo la poesia non cambia il mondo
e io ti ho amata quasi in ginocchio,
alla periferia di che? di quale
centro?

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