2014 – Scrittori austriaci, intervista a Hans Kitzmüller

Almanacco_2_2013Con una nota di Giovanni Fierro sul Canto alla durata di Peter Handke

È una sera d’autunno quando mi trovo dalle parti di Brazzano, Friuli orientale, a pochi chilometri da Gorizia. Ad aspettarmi nella sua bella casa avita, tra la strada principale del paese e i vigneti della sua azienda familiare, c’è Hans Kitzmúller. Insieme a lui c’è anche un poeta goriziano, Giovanni Fierro, di cui alcuni testi sono comparsi nell’”Almanacco dello specchio”, Mondadori, 2011/12.
Hans è un testimone privilegiato per l’intervista che ho in mente di fare. Di padre austriaco, è stato docente universitario di lingua e letteratura tedesca, editore (Edizioni Braitan che ha proposto, sino a qualche anno fa, alcune delle voci transfrontaliere italo-austriaco-slovene più si-gnificative); è amico e traduttore, dal tedesco in Italiano, di Peter Handke; di lui ha tradotto, tra l’altro, il famoso Canto alla durata che per primo in Italia ha anche pubblicato. In proprio è scrittore, autore di narrazioni di viaggio come Alle Isole Marchesi e di romanzi come Viaggio alle Incoronate, (Santi Quaranta, Treviso, 1999) o L’altra regola del gioco, (Zandonai, Rovereto, 2013). E in lontananza Gorizia (Leg, Gorizia, 2008)
è una sua riflessione in forma narrativa sul paesaggio della provincia di Gorizia.
È un umanista Hans, che ha un fare emancipato da atteggiamenti confezionati, auto-referenziali; dispone, incontrandolo, al dialogo rispettoso, alla ponderazione delle parole che devono essere pronunciate, all’ascolto pensoso, ad una affabilità che non è solo cordialità, ma esperienza, stile, e una speciale lingua forgiata dal tempo-diviaggio, dal tempo filtrato attraverso le categorie della cultura certo, ma anche attraverso un’angolazione esistenziale originale, sporgente verso il mondo, la storia, le storie. Ci offre del Cabernet Franc, di sua produzione, quando comincia l’intervista.
C’è molta Austria qui. Anche se non si vede. La provincia di Gorizia è un territorio assai poco conosciuto in Italia e allo stesso tempo dimenticato dall’Austria contemporanea. Non si deve però confondere, come fanno molti, la “Vecchia Austria” con l’Austria di oggi. Queste terre non sono mai state, prima del 1915, terre di confine o attraversate da un confine. Per secoli, sin dal Medioevo, erano una regione di confluenza e di convivenza dell’elemento tedesco, slavo e latino. Ma l’ideologia nazionalista italiana ne ha cancellato ogni traccia, anche nella memoria e per generazioni. Al fine di affermare l’italianità di Gorizia bisognava prima cancellarne il passato austriaco e poi isolarla dalla slovenità. Prima la “Grande Guerra”, poi la “Seconda” e dopo un se-colo breve di divisione e contrapposizione, appena adesso comincia a vivere di nuovo “senza confini”. Senza però sapere nulla del vicino e non conoscendone la lingua. Senza nemmeno averne curiosità, perché di ciò che non si conosce non si può essere curiosi.
Senta, Hans, dunque per voi “goriziani” parlare di Austria non è parlare propriamente di un paese straniero.
Certamente Gorizia è la città italiana più intimamente legata al secolare passato della grande “Vecchia Austria”. A Gorizia d’altra parte, prima della “Grande Guerra” c’erano anche cittadini di lingua tedesca, e in città si stampavano anche libri e periodici in tedesco.Tutti gli sloveni e i friulani istruiti parlavano il tedesco. Prima è sparita la comunità di lingua tedesca a Gorizia e poi hanno cercato di italianizzare gli Sloveni, ma alla fine non si può cancellare una cultura secolare… A meno che non si vogliano bruciare, ad esempio, anche i libri. Negli anni ’80 aveva cominciato a farsi sempre più urgente un recupero delle conoscenze, una rilettura della nostra storia. Pensa però che ancora oggi l’interpretazione ufficiale di quell’assurdo massacro del ’15-’18 continua a riproporre la lettura che ne ha dato il fascismo mussoliniano.
Ma la cultura non può fare molto nel cercare di restituire il volto vero delle cose?
Certo. lo mi sono occupato solo di una certa letteratura, mi piace quella regionalmente determinata, quella cioè che racconta i luoghi e l’umanità che ci vive. Ecco perché con la Braitan avevo cominciato a proporre autori sloveni, carinziani qui e friulani in Carinzia. La cultura dovrebbe far risaltare i veri rapporti, scoprire le connessioni profonde. È quello che mi sono ripromesso di fare come traduttore ed editore. Per primo ho tradotto un testo teatrale dal friulano in tedesco: I Turcs tal Friul, il dramma epico giovanile di Pasolini, ma molto prima nel 1987 era uscita già Wie eine Viole in Casarsa, una grande antologia della poesia in friulano da Pasolini in poi, tradotta in tedesco, una scelta bellissima curata dall’amico Amedeo Giacomini. Per non parlare di diversi altri autori austriaci e sloveni, che erano del tutto ignorati nel nostro paese come la grande Christine Lavant, Gustav Januš, Alojz Gradnik tra quelli veramente più importanti e originali. Tra i più notevoli autori friulani ho pubblicato l’opera omnia di Celso Macor, un poeta che ha parlato chiaramente dell’identità culturale di queste terre.
Oltre alla vera cultura, che vorremmo idealmente sottile e sensibile, può l’Europa di oggi, secondo leí, aiutare le nazioni a migliorare la comprensione reciproca? Cosa ne pensa?
Forse. I giovani europei però, figli della globalizzazione, e della comunicazione digitale, della mobilità in rete delle informazioni, fatica ad avere una formazione in profondità. Non riesce a formarsi uno sguardo che si soffermi sulle differenze, sui rilievi, sulla complessa tramatura dei vissuti e delle appartenenze, delle tradizioni.
Mi ricorda quello che dice Marc Augè del mondo postmoderno, basato sulla categoria dello spazio, e che ha perduto quella del tempo, della storia. Così si rischia il tutto uguale ovunque; ma poi uguale a che? Non ci sfugge perfino il termine del paragone?
Appunto, ma questa superficialità non è dovuta solo ai mezzi di comunicazione di massa, ai social network ecc. C’è una caduta verticale della cultura, della preparazione umanistica, scolastica e universitaria in Italia, come in Europa. C’è stato un abbassamento di cui certo la mia generazione di docenti ha una grande responsabilità. Anch’io mi sento colpevole di non aver reagito abbastanza alla decadenza cui assistevo. Perché si è dimostrato falso che per aprire l’Università a tutti si dovesse abbassare ogni livello di difficoltà. Il sogno dell’Università di massa non ha affatto portato, ad esempio, più consapevolezza culturale media nella popolazione, più conoscenza e più capacità critica. Lo dimostra il fatto che oggi si leggono ancora meno libri di un tempo; e questo accade non solo a causa dell’uso della scrittura digitale e dei socialnetwork. Internet e l’Unione Europea sono strumenti eccezionali, ma devono essere accompagnati da pratiche intellettuali più consapevoli, più fondate.
Rimaniamo nel campo della letteratura alta e della poesia. La questione è la desertificazione del linguaggio da un lato e il sempre più netto predominio invasivo della narrazione audiovisiva. Qui la lettura di testi letterari sta perdendo inevitabilmente e sempre più velocemente terreno. Eppure, così va perdendosi anche la coscienza che
solo la parola scritta può rappresentare ed esplorare il vero sentire e il pensiero più profondo, territori questi propri ed esclusivi della letteratura e della poesia.
Se penso alla scrittura letteraria di Handke, per citare un autore di cui mi sono occupato, penso a cose che pochissimi ormai oggi possono leggere o apprezzare: una prosa d’arte che in certi testi sperimenta tutte le possibilità della lingua per dire con pazienza ogni, ma proprio ogni cosa, ogni dettaglio, ogni sfumatura, anche minima. A cosa serve questo? Ad una maggiore intensità delle nostre sensazioni, percezioni, esperienza delle cose e del mondo. La lingua che stiamo perdendo, o che ci fanno perdere, è quella che permette maggiore consapevolezza, maggiore intensità del vi-vere. Bella la sua domanda: ma siamo sicuri di avere già scoperto il mondo?
C’è, secondo il suo punto di vista, una relazione tra la crisi che stiamo attraversando, anche economica, e una crisi della cultura, vorrei dire di una pietas?
Mi viene da pensare a qualcosa di radicale: un totalitarismo dei mercati negli ultimi decenni sempre più capace di immunizzarsi da una politica ispirata a grandi ideali umani.
Torniamo alla letteratura, all’Austria, a ciò che dovremmo sapere di questo paese che fu immenso e poi costretto, per le note ragioni storiche, e con ovvie conseguenze nella letteratura, ad uno spazio geografico ristretto, grossomodo la somma del Veneto e del Friuli. Quali sono state le fasi fondamentali della sua letteratura, nel Novecento?
Per rimanere nel Novecento, che ci interessa da vicino, sintetizzando in modo estremo, si può dire che in Austria abbiamo avuto nella prima metà del secolo un periodo di straordinario splendore per la produzione letteraria, una serie di grandissimi autori di fama mondiale che hanno elaborato una grande eredità culturale, quella che “il mondo di ieri” aveva lasciato loro: pensa a Robert Musil, a Joseph Roth, alla vita culturale viennese, ai pittori della secessione, a Karl Kraus, a Sigmund Freud, Ludwig Wittgenstein, a Franz Werfel, al grandissimo Schnitzler. E questi hanno dato il meglio di sé quando l’Austria non era ormai che un minuscolo staterello votato al fascismo che poi si è lasciato annettere dal III Reich di Hitler. Per me è stato l’Anschluß del 1938 la vera finisAustriae. Quell’Austria lì non aveva più niente a che fare con le vera Austria del passato, unico stato sovranazionale della storia sino ad allora (certo non carcere dei popoli come i nazionalisti ignoranti la definivano ancora ai primi del secolo confondendo l’Austria del Metter-nich con quella del tardo Francesco Giuseppe). C’era comunque più vera Austria qui da noi nel Litorale austriaco che poi in quella Repubblica Alpina che ne ha ereditato il nome. Poi, dopo il secondo conflitto mondiale e nella seconda metà del Novecento, abbiamo avuto Ingeborg Bachman, Peter Handke, Thomas Bernhard. Solo questi tre giganti sono diventati degli autori di rilevanza europea. Bachmann, la lucida ribellione, Handke più positivo, alla ricerca della lingua perduta, Bernhard demolitore della mediocrità e del sempre latente nazismo di un gretto provinciale paese alpino. In Handke e Bernhard troviamo una sola cosa in comune: uno stile magistrale, diverso ma ciascuno di inconfondibile, altissima qualità.
E píù recentemente? Ci sono attualmente delle tendenze? Delle riviste che muovono il dibattito? E se c’è, si tratta di un dibattito vitale a livello europeo, o resta in una dimensione periferica, nella quale pesa la riduzione territoriale a cui l’ex impero è stato costretto?
Nessuno stato europeo spendeva tanto per la cultura e la letteratura come l’Austria sino agli anni ’90. Incredibile il sostegno alla piccola e alla grande editoria. Ultimamente anche questo è venuto a mancare. Sopravvivono alcune riviste letterarie come “Literatur und Kritik”, “Manuskripte”, e altre regionali; qualche piccolo editore coraggioso punta ancora sulla letteratura di qualità, penso ad esempio a Jung & Jung di Salisburgo o a Haymon di Innsbruck, ma sono ormai delle eccezioni, la gran parte degli editori austriaci punta piuttosto su libri di cucina, di viaggio, sui thriller. Gli scrittori di maggior talento pubblicano in Germania, ma questo è un fatto storico.
Il paesaggio letterario degli ultimi decenni nella piccola Austria di oggi sembra rispecchiare veramente quello che in realtà essa è: una piccola provincia dell’Europa che ha ormai dilapidato il suo straordinario grandioso patrimonio artistico e letterario.
Autori di un certo prestigio sono, fra quelli che ho letto, senz’altro Peter Turrini, Joseph Winkler, Robert Menasse, Christoph Ransmayr, Florian Lipuš, alcune loro cose sono uscite anche in Italia.
Ci sono anche alcuni poeti notevoli, fra quelli che conosco bene io: Gustav Januš, Peter Waterhouse, Hans Raimund. Janus è un poeta anomalo. Tradotto dallo sloveno da Handke, ha esaurito tutte le edizioni delle sue varie raccolte di liriche.
Il fatto che quasi nessun altro autore austriaco contemporaneo oltre a quelli ricordati venga tradotto non può essere attribuito soltanto ad una scarsa curiosità dell’editoria degli altri paesi, ma si spiega anche per il vuoto del dopo-Bernhard, almeno per quanto riguarda la critica alla società contemporanea; nessuno oggi nel panorama attuale austriaco riesce più ad emergere, quelli di maggior impegno sociale sono perlopiù troppo intenti a ironizzare, con il più corrosivo degli stili, le miserie della società viennese e le chiusure ottuse o criptonazi della provincia, per metterne a nudo ipocrisia e degrado culturale, lavorando in maniera esasperata sul linguaggio localistico e sull’attualità quotidiana: quasi tutto tecnicamente intraducibile e poco comprensibile al di fuori del suo contesto.
Una vistosa eccezione: il Nobel, qualche anno fa, all’austriaca Jelinek, che non solo ha lasciato sorpreso soprattutto chi al di fuori dei confini austriaci la conosceva prima solo per La pianista, ma soprattutto lei stessa. La sua prima dichiarazione è stata una delle cose più serie pronunciate in quell’occasione: “Il Nobel avrebbero dovuto darlo a Peter Handke”, dichiarava subito infatti Elfriede Jelinek. Per questa sua dichiarazione di onestà intellettuale le si può perdonare di non essere andata di persona a ritirare il premio a Stoccolma, vista la sua nota agorafobia, limitandosi a mandare al posto suo un videodiscorso poetico-filosofico.

APPUNTI PER UN CANTO, APPUNTI PER UNA DURATA DI GIOVANNI FIERRO
“Canto alla durata” è firmato da Peter Handke con data marzo 1986.
Fra poco saranno ben trent’anni che questo poemetto ha aperto un varco nella percezione umana.
Ma percezione di cosa? Di quale durata nominata nel titolo?
“La durata induce alla poesia” è una delle asserzioni che si incontra nelle prime pagine.
E questo testo è prima di tutto un invito alla propria vita, perché “la durata è la sensazione di vi-vere”, spiega Handke, ed è il luogo, o i possibili luoghi, dove ogni nostra singola vita accade e ri-torna.
Ecco, la durata di Handke è un presente, ampio e vario, che contiene “l’avventura del passare degli anni”, dove è possibile trovare e vivere “il momento in cui ci si mette in ascolto, ci si racco-glie in se stessi, ci si sente avvolgere”.
Perché, molto semplicemente, “la durata è un sentimento”, che nasce quando una nostra espe-rienza rimane, che si ripete come la vicinanza più prossima alla bellezza.
È un invito continuo anche alla scrittura, questo testo di Handke. Perché proprio allo scrivere l’au-tore consegna questi momenti, unica verità capace di custodire la durata, oltre al nostro personale vivere.
E questa scrittura, come l’esperienza primaria umana, ha bisogno di quiete, dove può manifestarsi e compiere il desiderio di essere l’occasione dove essere “sempre presente a me stesso”.
La durata, come la poesia, non si costruisce con le attese, ma con il proprio passo incontro al vi-vere quotidiano, all’immergersi nel mondo fatto di persone, emozioni, pensieri, luoghi e tempo. Perché Handke lo dice, “devo andare incontro alla durata”…
E questo sentire la durata, e di nuovo anche la poesia, è una possibilità, una appartenenza dove mettere in contatto, e in complicità, lo stare al mondo e l’immaginare il mondo.
Non è poco. È una responsabilità.
Che si apre nel sentimento più vivo: “il canto della durata è una poesia d’amore”.
A distanza di decenni, questo testo è anche un invito a ripensare al concetto di Europa, in termini di durata, di percezione di cosa è per ognuno di noi e di cosa non è più.
Ma la possibilità di inserire, in questo presente allargato, anche la domanda di come potrà essere.
Sì, una durata che si articoli e si completi, come l’essenza stessa di Handke, Austriaco di madre slovena, percezione in prima persona di una possibilità di Europa, di una augurata durata fatta di appartenenza e vitalità. Non a partire dagli stati, ma da ogni singolo individuo.
Perché, ed è un passaggio importante, Handke in queste pagine insiste in un invito diretto e sin-cero: “Salvare, salvare, salvare!”.

Marco Marangoni