2014 La poesia come presidio..

… del linguaggio

Sempre di più cresce la consapevolezza dell’intreccio tra preoccupazione ecologica e preoccupazione per la salute del linguaggio. Lo sperpero dell’energia diventa una questione complessa, che non si lega solo al piano meramente economico. Il sistema tecnologico non solo s’impone sulla Natura, ma la sua azione, come Heidegger più dì altri ha colto, è complementare al¬l’imporsi del pensiero calcolante, in¬capace di porsi nell’atteggiamento della domanda, dell’attesa, dell’ascolto. Così mentre da un lato S. Latouche (Come si esce dalla società dei consumi, tr.it. Bollati Boringhieri, Torino, 2011) ci insegna a considerare l’olocausto della Natura a cui il nostro sistema di prelievi energetici sta an¬dando incontro, se non si cambiano le prospettive dello sviluppo, G. Steiner nota (vedi La poesia del pensiero, tr. it., Garzanti, 2012) come le nuove tecnologie di comunicazione di massa (cellulari, i-Pod, internet, p.c. ecc.) stiano intaccando il “cuore del linguaggio”. Stiamo in altri termini sostituendo la mente-coscienza con la “mente-connessa”, e la memoria con “i dati recuperatili”.
Ciò che viene meno, in modo sempre più accelerato, è proprio la dimensione umana della parola che, nel linguaggio della vita, non solo vale come un indicatore e un discriminante di significato, ma molto di più vale come un’offerta delle cose, e un modo di custodirle, di esserne memoria vivente, per quanto tradita. Giustamente Steiner sottolinea come si stia perdendo il valore costituivo del silenzio, di cui la parola che tutti proferiamo, è davvero intessuta. Analogamente Merleau-Ponty, aveva visto sotto il brusio delle parole la traccia del “silenzio primordiale” (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione, tr.it. Editori Riuniti, Roma, 1984, p.33), tanto appunto che la parola altro non sarebbe che il gesto che rompe tale Silenzio, o l’originario che “esplode” (M. Merlcau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, tr. it. Bompiani, Milano, 1969, p.144). Ma proprio questo nucleo del linguaggio oggi risulta opacizzato. Si sta perdendo l’at¬tenzione proprio a “quei fili di silenzio di cui il tessuto della parola è in-tramato” (M. Merleau-Ponty, La prosa del mondo, tr.it.Editori riuniti, Roma, 1984, p.66). Ferdinand Savater osserva che l’utilizzo esclusivo dei nuovi mezzi tecnologici sta facendo perdere una capacità, che è connessa certo con il silenzio: l’attenzione. L’attenzione da recuperare è diventata perciò “la sfida educativa della modernità” (Fernando Savater, Piccola bussola etica per il mondo che viene, Laterza, Bari, 2012, p.24). Lo scrittore-filosofo spagnolo osserva inoltre che senza attenzione, senza la “cultura dello sforzo” viene meno l’esperienza delle cose più importanti, come l’amore o la conoscenza – “Anche per cambiare la realtà, la politica, la società è necessario concentrarsi” (F.Savater, op. cit., p. 23).
E conseguentemente a venir meno, osserva Savater, è l’intimità la cui percezione (ed espressione) presup¬pone ascolto e silenzio. E anzi come il silenzio, anch’essa sta diventando non solo un lusso ma qualcosa di ideologicamente sospetto (G. Steiner, op cit., p. 257).
Senza attenzione vera, ma “fluttuante” (Savater), e poi scegliendo strategie comunicative veloci, legate all’efficacia delle immagini, si va a sostituire l’argomentazione con il PowerPoint, il che ci rende sempre più incapaci di sostenere delle scelte, di discuterle con gli altri, di arricchirle in profondità, trascurando i motivi di fondo, la problematica del loro senso.
Ma le conseguenze attuali e disuma-nizzanti dell’orientamento della no-stra civiltà tecnologica erano già state in qualche modo viste con anticipo da Rousseau (Le passeggiate di un sognatore solitario, tr.it. Feltrinelli, Milano 2012) che aveva riscoperto, in contrasto con la fredda ragione illuminista, lo stile contemplativo e solitario della rȇverie: uno stato meditativo (un trasognamento) dove si conciliano intelletto e sensibilità, e dove si opta per una dimensione più vasta del reale in cui “tutto è connesso con tutto” (Introduzione, Beppe Se¬baste, a J.- J. Rousseau, “Le passeg¬giate…”, op.cit., p.12). Non a caso, proprio queste meditazioni-passeggiate (in particolare la Quinta) di Rousseau, come sottolinea Sebaste, oggi sono rilette come un classico dell’ “ecologia della mente”, ma an¬che, si deve aggiungere, della riflessione politica neo-comunitaria (cfr. C.Taylor, Il disagio della modernità, tr. it. 1999, pp. 33-35).
In tale contesto di riflessioni nel suo recente La religiosità della terra-Una fede civile per la cura del mondo (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2013), Duccio Demetrio invita a far fronte al nichilismo fisico e morale della terra, attraverso una religiosità come “poetica della terra”. Se infatti, sulle tracce di Rousseau, il problema è quello di contrastare il nichilismo operante con “il sentimento di appartenenza cosmica” (è l’invito di De¬metrio, op.cit. p.81), allora certo la poesia pare divenire, con la sua distanza dai linguaggi delle cyber-sfere, l’antidoto più appropriato, appartenendo, come direbbe Savater, alla “cultura dello sforzo”. Anche Steiner, nel saggio citato, nonostante l’analisi pessimista, termina la sua riflessione auspicando che un poeta, liberando il suo canto, possa ancora dire “no” allo scenario di demolizione della cul¬tura umanistica. Di questo pensiero resistente sono d’altra parte fortemen¬te intrisi diversi libri di poesia usciti negli ultimi anni fino ad oggi. Steiner guarda ad esempio a Yves Bonnefoy o a Durs Grünbein. In Italia, autori diversi per stile e generazione stanno lavorando con una netta percezione tanto della “letteratura in pericolo”, quanto della necessità che la poesia svolga oggi un presidio coraggioso della comunicazione e della lingua. A presidio del linguaggio valgano i versi, ad esempio, di Malaspina di Maurizio Cucchi (Arnoldo Monda-dori, Milano, 2013), di Il fico nella fortezza di Claudio Damiani (Fazi Editore, Roma, 2012), In quota di Paola Loreto (Interlinea, Novara 2012), o del mio Congiunzione amorosa (Moretti &Vitali, Bergamo, 2013), per citare solo alcuni dei testi che possono risultare interessanti all ‘interno della presente tematica. Di Cucchi colpisce anzitutto un at¬teggiamento di esercizio etico-stilistico, che si fa metodo e meta al tempo stesso, contro la corrente del pensiero dominate, impositivo, massificato, indecoroso, ipocrita, senza profondità e ascolto per la memoria del mondo, per i suoi strati; che invece un filo di religio percorre, fondando la vera autorità del poeta e della sua voce.

Non è un’opzione, un atto
grazioso di cristiana bontà. Ma
un fondamento, un senso
di presenza e adesione nel comune
destino. Tra peste e nuove soglie da
oltrepassare ancora, turbamenti,
meraviglia e angoscia,
umana debolezza inerme
che stringe. Un filo c’è.
Religío.
Una “Religio”, quella di Cucchi, che ben si accorda con la “religiosità della terra”, auspicata da Demetrio, in senso universale e laico, e col “sentimento dell’esistenza” di Rousseau (autore citato perspicuamente in “Malaspina” a p. 57).
Di Damiani è proprio il passo di un metro temporale “diverso” e di pensiero, che si viene a registrare nel testo; un “metro” che viene adottato con ferma convinzione dall’autore, e che con altrettanta fermezza (la radicalità è segno senz’altro di un’urgenza) è proposto al lettore. Un tono semplice-sapienziale azzera il “moderno” e “post-moderno”, in un dialogo con l’antico occidentale e dell’estremo Oriente, quasi che il poeta cerchi di emendare, con un lavoro “ispirato”, il linguaggio di tutti i suoi strati ideologici. Ne viene una poetica dei segni tersi dove le cose dovrebbe essere presenti in carne e ossa, così come sono, fuori di noi; arte come imitazione: “se ciò che facciamo non è artificiale/ ma imitazione della natura,/natura stessa perché noi siamo natura”.
A me piace questa tua bellezza che se ne frega,
che ti sdrai tutta nel sole
con coperte allegre, i capelli d’oro
splendenti, con le tue gambe lunghe e i tuoi piedi
nudi e grandi,
questa bellezza che non si vergogna
spaparanzata sul letto
che suona le sue trombe e le sue fanfare
e vuole che io la ricopi, e io la ricopio,vedi,
e non è civetta, e se ne frega di tutti quelli
che ancora dicono:
nel nostro tempo niente più bellezza.
La forza lirica e la forza della natura ven-gono riscoperte unitamente nella passione di una voce che canta il proprio amore totalizzante per un vertice di autenticità. In tempi di frazionamenti, di abbas-samenti, di ipocriti risvolti esistenziali, e di un abbassamento del linguaggio in generale, la strenua salita al monte è potente metafora di un sentire contro-corrente. Il corpo a corpo tra atleta e parete rocciosa, dove l’unità di entrambi i lati garantisce la salda ritmica del salire, è anche soprattutto “corpo a corpo” della poetessa e del linguaggio: e in Paola Loreto il metro e l’impianto della retorica severa soltanto garantiscono la giusta risonanza della parola che, “in quota”, trova la realtà desiderata, l’entelechia del canto.

Se salgo
Mi aiuti a rarefarmi
a essere corpo e aria insieme
a innalzarmi coi piedi nella terra.
A non sentire il peso, l’affanno, il male.
A essere occhio, orecchio, epidermide sollecitata, organo di gusto e voce.
Vuoto e pieno. Assente, ridente.
Materia di materia che non è materia
ma solo se stessa: offerta alla luce del sole
assenza di pensiero senso significato.
Moto impercepito attuale. Evento.
Per quanto attiene al mio “Congiunzione amorosa”, fin dal titolo è riscontrabile la tensione verso una unità, nel suo darsi qui e ora, nel tempo e oltre il tempo. La “congiunzione” appare come la condizione dell’essere-in-relazione, della trasparenza comunicativa, e percettiva, della poesia-mondo. L’aggettivo che la qualifica, “amorosa”, dichiara la qualità affettiva e di eros che la dirige e la innerva, nel tentativo di far risaltare una sporgenza della parola in regioni che escono dal razionale e si intrec¬ciano a fondi “altri” di senso. Ma meglio valgano le note ai versi di prefazione e postfazione, rispettivamente di Giancarlo Pontiggia e di Maurizio Cucchi.

Il poeta scrive, viaggia,
e va a capo.
Lo rincorre
un cuore.
Ha visioni di città stellate, pensa
a sonorità remote. A volte
corre in fitte boscaglie
e si perde…
e non c’è ritorno;
ma è lì che si gioca il viaggio
(il viaggio che fa segno)
e la poesia dice la mappa, e la mappa
il tesoro.

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Rivista ClanDESTINO
Anno XXVII n. 1-2 – 2014