2014 La letteratura oltre …

La letteratura oltre il postmoderno

II postmoderno è la nostra condizione. Eppure, nonostante si viva in quest’epoca, si può forse opporre un esercizio di libertà individuale, ed esprimere, così, ragioni di dissenso. La letteratura, che in altre epoche si è incaricata di comunicare sensi altri, rispetto a quella che il filosofo Carlo Sini chiamerebbe “verità pubblica” (Carlo Sini, Il silenzio e la parola, Marietti, Genova, 1989, pp.93-94), forse anche oggi, nono¬stante tutto, potrebbe continuare nella sua funzione di intelligenza critica. Il Saggio Il mondo senza Benjamin di Massimo Morasso (Moretti&Vitali, Bergamo, 2014), che offre l’occasione delle presenti riflessioni, va senz’altro nella direzione di una rivalutazione della letteratura, ascri-vendosi ad una linea di pensiero insofferente delle paludi contemporanee. Molte sono le prospettive, che inquadrano la scena del discorso (mosaico) di Morasso, sempre in fieri; così ne scrive Gian¬carlo Pontiggia, nella prefazione: “Morasso assembla materiali saggistici, memorie, sue o apocrife, aforismi, note critiche, divertissements, tesi filosofiche più o meno travestite, carteggi, poesie, narrazioni e pseudo- narrazioni, esplo-rando i meandri del proprio sogno del mondo con l’antimetodo di un flâneur dell’interiorità.”
Ora, proprio con questa forza stilistica, Il mondo senza Benjamin colpisce per la lucidità con cui mette a fuoco la situazione contemporanea letteraria e di costume. La situazione bene viene evidenziata come quella “miopia che non vede più il divenire spettacoloso del mondo ma piuttosto la sua rappresentazione voyeuristica, il suo simulacro tecnolo-gicamente mediato.” (Op.cit. , p.53 ). La situazione è proprio il post-moderno ossia la visione del mondo per la quale pensare significa mediare operativamente, con una tendenza quindi alla performance e al mercato. Il postmoderno di conseguenza ripudia come obsoleta ogni conoscenza valida in sé (cfr. Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna, tr. it. Feltrinelli, Milano, I 979). E la sua letteratura organica non può che diffon-dere la convinzione, con mimetismo apatico, che la vita non abbia senso, e che si possa solo descriverla come caos e violenza – le antologie scolastiche per la scuola superiore ne danno ormai una varia storicizzazione ed esemplificazione, prendendo a modello autori come Don De Lillo o per l’Italia quella gamma di paradigmi (alti e bassi) che va da Umberto Eco a certo gusto pulp, ai “cannibali”.
La realtà coincide con le prese (ri-prese) della realtà e Morasso lo dice: “all’habitus [...] cui corrispondeva un compito singolare e inesauribile di svelamento delle immagini – l’opera del cuore– nell’ultimo ventennio è andato sovrapponendosi una sorta di filtro de-realizzante che blandisce la coscienza collettiva con un troppo di immagini –l’opera della vista–” (Ibidem). La mobilità planetaria delle persone e delle informazioni (utili) se è potuta sembrare un’opportunità di lavoro e conoscenza e di umana integrazione, si è rivelata, per “la di¬stanza virtuale fra noi e il inondo”, in “distanza fisica tra noi e l’altro da noi”: “un irreversibile processo di disinte-grazione (la sottolineatura è mia) di quel tessuto affettivo in qualche modo unitario in cui è andata orientandosi per secoli la trama delle nostre relazioni più essenziali” ( Op. cit. pp. 52-53). E così tra i poeti contemporanei Morasso cita Valerio Magrelli per aver scritto versi ironici e precisi sulla realtà dello schermo televisivo e ormai globale (estendibile a tutte le attuali tecnologie comunicative che utilizzano la rete):
“Morì fissando il suo televisore
la sfera di cristallo del presente,
guardava il Niente e ne vedeva il cuore,
cercava il Cuore e non vedeva niente.” (Ibidem)
Si capisce che la preoccupazione di Morasso è poetica quanto antropologica. E le due cose di fatto si intrecciano per chi ritiene che nella parola ne vada della civiltà –posto che le parole non siano solo parole (come sapeva Benjamin, autore del saggio Sulla lingua in generale e sulla lingua degli uomini – cfr. tr.it, Einaudi, To¬rino, 2014, in Angelus Novus, pp. pp. 53-70–, memore della tradizione ca¬balistica, e della lezione di Scholem). Reagire all’assenza di senso è al tem¬po stesso una questione etica ed este¬tica, posto che è irrinunciabile la “tra-ma delle nostre relazioni essenziali” così come altrettanto lo è l’impianto “demonico” – che fa tutt’uno con il principio di libertà – dello spirito umano, che nell’arte certo si esprime, ossia la “tendenza irrefrenabile ad an¬dare oltre se stessi” (Op. cit., p. 46). Il tema converge con le analisi “ina¬scoltate” e ormai classiche che alme¬no da Husserl della Crisi delle scienze europee allo Heidegger della Kehre, fino a tante pagine dei “francofortesi” (di cui il Benjamin molto ammirato dall’Autore è parte notevole) vedono nella crisi dell’Europa e dell’Occidente l’esito di una decisione tecnicistica ed econo-micistica. Il problema di una letteratura mordente la realtà non passa per Morasso attraverso la vexata qaestio novecentesca (almeno da Anceschi a Galavemi) per cui si dovrebbe forse abbandonare la poesia anacoretica per una poesia più estroversa, che guarda alla realtà, le cose, gli oggetti ecc. Morasso vola più alto, essendo la problematica della salute della poesia unita per lui a quella antropologica e storico-ontologica. Il problema della poetica non è insomma di ordine semplicemente politico o di costume, ma piuttosto morale-metafisico. E lo spazio morale è “tramato d’inquietudine” (Op. cit., p. 238). Questa è la specificità del valore che si dovrebbe contrapporre alla banalità del postmoderno. L’inquietudine morale insomma è ciò che fa appello ad una lotta (un contro-ordine), che Morasso indica citando Benjamin: “Tutti noi lottiamo per non diventare quest’ultimo europeo.” (Op. cit., p. 236). L’inquietudine di cui ci parla Morasso e che ritrova nel grande filosofo berlinese (“commovente testimonianza di una estraneità senza scampo”) è un sentimento (un senti-pensiero) appunto di estraneità, che spinge ad un distacco dal mondo e tende a farci sporgere verso un “non-dove”; il tutto dentro, dice Morasso, una “paradossale escatologia”: “egli sapeva bene che l’orrore infernale non viene diminuito dalla possibilità vincerlo” (Op. cit., p. 100). È per questo che il “potente richiamo” del “magistero” di Benjamin deve convivere con “l’evidenza del fatto che è morto settant’anni fa (settant’anni fa!)” (Ibidem).
Questo è il paradosso: il fatto che il mondo continua, nonostante la sua negazione, a porsi in un dibattito, in un contradditorio, in un’esperienza del limite .È l’esperienza del “pensa¬tore antagonista”: vive nell’ -”eccesso della contrarietà”, “arde di desiderio “ossimoro esistenziale, il cui fondamento è la vicissitudine” (Op. cit.. p. 22). Chi vive e pensa così, vive nello stato di trascendenza, come tra i “frammenti di un originale perduto” (Op.cit., p. 23). Siamo alla scrittura a-sistematica, polimorfa; non come disseminazione nichilista, ma come mosaico: “interminabile, polimorfa illuminazione” (Op. cit., p. 100).
Ecco il valore della fantasia, dell’im-maginazione, ossia di una rappresen-tazione che sporge oltre i limiti del dato. Il valore metafisico e conoscitivo della poesia, come una svolta dell’ordine del discorso, anche dentro la forma saggistica: “svoltando (la sottolineatura è mia) da uno snodo concettuale in un’ardita metafora” (Ibidem).
Lo stato “di mezzo” delle immagini poetiche oltrepassano il principio logico del “terzo escluso” (cfr. Op. cit., pp. 122-130). Insomma si situano nello spazio “immaginale” che Morasso cita da Sohrawardî; “spazio intermedio” tra visibile e invisibile, che come si sa l’averroismo e l’Occidentale hanno messo da parte (cfr. H. Corbin, Storia della filosofia islamica, tr. it., Adelphi, Milano 1991. p. 222).
Si capisce, peraltro, che non si tratta, per Morasso, di tornare nostalgica¬mente ad una dimensione auratica della poesia del passato, ossia di fare del “neo-classicismo”. Ma, come ha scritto bene M. Cacciari nel suo saggio introduttivo a L’opera d’arte nell’epoca della riprodu-cibilità tecnica di Benjamin (tr. it.Einaudi, To¬rino, 2014), si tratta di non acconten¬tarsi di una letteratura che rifletta, solo, l’epoca del tempo spazializzato, e percorso da sole merci. Si tratta invece di avere lucida consapevolezza del presente, e di corrispondergli, reagendo critica-mente: “Alla forma che trascina e consuma, per cui l’esserci si trascina e consuma, può opporsi (la sottolineatura è mia) quella maniaca, per cui l’esserci ha cura del proprio indistruttibile, ha cura di esprimerlo con parole che custodi¬scono «l’essenza divina» della cosa stessa” (M. Cacciari, Il produttore malinconico, in L’opera d’arte nell’epoca della riprodu-cibilità, op.cit., p. XLII). Certo il dire poetico che fa segno al I ‘ “altrove”, deve farlo però – come sottolinea Cacciari– dentro l’ignavia metropolitana, insepa-rabile da tale vita: “se coltivasse arcadiche nostalgie, neppure sarebbe definibile come “altro”, e immediatamente si trasfor-merebbe in uno dei qualsiasi gradevoli, consolatori beni di consu- mo” (Op. cit. p. XLIII).
Il saggio di Morasso sollecita certo ad andare in questa direzione, con i suoi “esercizi di insubordinazione al principio di realtà” (op. cit., p. 14).
La poesia insomma, e per quanto si è detto fin qui, oggi può valere come il proprio della cosa stessa; ma se, e solo se, le riesce di assumere la forma di “poesia critica”; e così da volgere ad una rifondazione. Per questa linea di poetica penso a paradigmi insuperati per chi scrive anche oggi, penso infatti a Ungaretti o a Eliot, penso alla “raccolta estrema” di Atemkristall di P. Celan; penso a “classici” cioè in cui si assiste proprio allo sforzo costante di una ri-generazione, e dove lo stato simbolico –da non confondere con la poetica del simbolismo o dell’ermetismo– della lingua, viene re¬staurato, rispetto al degrado “borghe¬se” della teoria convenzionalista (co¬me scrive Benjamin appunto), e la poesia a sua volta liberata da teorie
linguistiche che ne minano la referenza metafisica, aperta al Silenzio. Lo stesso Montale, citato e “lodato” come un maestro da Morasso {Op cit., pp. 88-94), che altro scrive al termine del suo libro più celebre ed emblematico, Ossi di seppia, se non verso: “rifiorire”!

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Marco Marangoni
Rivista ClanDestino
Anno XXVII n.3 – 2014