2013 La lingua della poesia…

… condizione moderna e nuove utopie

clandestino_xxvi_4_13La poesia, come lingua parallela a quella ordinaria, fa sbalzare un tempo sempre oltre il tempo cronologico; “oltre” come una fermata, o un ritorno speculativo dell’immagine di noi, che anziché fuggire nel fiume del tempo, si compone “oltre” i frammenti. Si compone in una forma, in un nome, tanto terso quanto profondo e mobile, ove sembra operare una legge diversa dal semplice divenire: una legge del movimento, sì, ma in cui paradossal­mente il movimento non è connesso alla perdita, né all’accumulo; ed è l’esperienza della festa, della danza. Condizione questa che si ritrova, ad esempio, nel paesaggio dantesco di Matelda, dominato da un moto privo di sforzo, di peso, colpa, gravità; da un moto comunque — quindi ancora bilanciamento di forze, sempre da capo rilanciate, nell’immagine-archetipo della primavera.

Certo tutta questa mitopoiesi è diventata, per Hőlderlin, l’oggetto di un compito, qualcosa di obliato e da riprendere, da “ricordare” con “nostalgia”. Ed è quanto poi nel ’900 è stato abbandonato, come una dimensione irrimediabilmente “passata”. Nel secolo scorso, infatti, si sono sviluppate determinate linee-guida della modernità, per cui questa è risultata, nel suo complesso, iconoclasta. È sembrato davvero allora che gli dei fossero fuggiti tout court, e che all’arte non spettasse altro che l’espressione del disagio esistenziale, o la vena irrisoria, e auto-irrisoria, rispetto ai valori mistificati nei simulacri della civiltà capitalistica e dello spettacolo.

Linee più segrete, soprattutto della poesia, hanno rilanciato tuttavia, nel ’900, la forza di una vocazione, di una fede nel valore della interiorità, e della parola poetica (vedi Clemente Rebora, recentemente studiato, in una prospettiva attualizzante, da G. Lauretano, in Incontri con Clemente Rebora, BUR, 2013; vedi Ungaretti, lo stesso Montale o Eliot, o Stevens). Insomma altre linee di poesia hanno indicato la possibilità di denunciare il disagio e l’inautenticità dei vissuti moderni, senza cessare di dare espressione all’appartenenza dell’uomo al soffio vitale dell’essere. Hanno ritenuto possibile, anche nel “moderno”, che l’arte potesse valere come messa in forma, “in opera” (Heidegger) del mondo. La forma così non è stata abbandonata, ma riformulata in modo più liquido, più libero, ma riformulata appunto: forma in cui la materia vertiginosa, anche oscura, caotica, contraddittoria si dà quale piano di chiarezza, di ordine conquistato, ordine intransitivo, pienamente estetico – ancora ordine simbolico. Ma queste matrici poetiche, che hanno opposto resistenza alla patologia del “moderno”, in virtù di una parola emergente da un fondo, da un Senso, possono avere un compito forse anche più determinante nel tempo attuale, così prossimo ad esiti catastrofici. E anzi sembrano meglio prendere risalto entro il dibattito odierno, ove da tempo viene emergendo una contro-cultura (si veda il saggio Utopie minimaliste, di Luigi Zoia, Chiarelettere, Milano, 2013) che è il “nuovo” nel panorama mondiale: una riflessione che per piani diversi, sottolinea la necessità di ritornare ad un rapporto di ascolto dell’individuo con se stesso, senza di cui salta ogni principio di responsabilità, ogni relazione-aggregazione sociale. La società democratica è incrinata, lo vediamo, sia da frammentazione che da manipolazione verticistica-economica. C’è bisogno di un rapporto rinnovato con l’ambiente inteso non più come oggetto da sfruttare, ma come soggetto “animato” (si veda il Codice dell’anima di J. Hillman, Adelphi, tr.it., Milano, 1997), che ha diritti, che è fonte di dono. Zoia, nel suo saggio, ricorda giustamente il valore della “ecologia profonda” (deep ecology) che, diversamente da quella classica, non cerca solo di riparare i danni del progresso, e si manifesta ad esempio nelle carte costituzionali di alcuni stati latinoamericani (Bolivia ed Ecuador, sensibili ad un rispetto della cultura indigenista); “carte” dove si parla del diritto della Madre natura (Pacha Mama). Oggi c’è bisogno di educare ad una formazione che passa per un pro­cesso di riappropriazione della sog­gettività, e di “individuazione”, per cui l’individuo si conosce per la totalità del suo essere: sia per gli aspetti legati al “principio di realtà”, sia per quelli legati alla sua psiche più profonda, articolata per archetipi, per forze vitali radicate in un inconscio collettivo, e in cui la natura non è più un oggetto, ma è compagine della psiche, così come l’io è impaginato nel mondo. Solo dall’interiorità ritrovata, si potrà passare alla relazione sociale e al rapporto profondo con l’ambiente. Da Husserl abbiamo imparato a chiamare col nome di “mondo-della-vita” il mondo pre-categoriale, quel mondo che necessariamente dobbiamo recuperare per riportare il qualitativo non solo in una realtà disorientata, come poteva apparire l’Europa degli anni ’30, ma nei nostri paesaggi di oggi, disgregati, disanimati, appiattiti sui “non luoghi” (M. Augé), sui “non-tempi” (L.Zoia). È la mancanza infatti di un processo di individuazione che toglie alle persone la capacità di sentire il respiro della vita, e di intuire lì la consegna di un destino. Perché non è vero che le persone e i loro “minimi” atti non contano. Contano, invece, ed è questa consapevolezza che deve crescere! Charles Taylor aveva scritto, in Il disagio della modernità (tr.it. Laterza, Roma-Bari .1991) della funzione orientante dei poeti, come Wordsworth, Rilke, Eliot; poeti che ci invitano a ritrovare, anche nel mondo moderno e contemporaneo, un rapporto simpatetico con l’universo, un rapporto necessario per quanto “sottile”. È tramite poeti così che possiamo, ci dice, “vederci come parte di un orizzonte più vasto (…) che trascende l’ io”.

Zoia parla giustamente di eroismo dei poeti, di quelli capaci di un ritorno quasi romantico alla natura o all’ambiente. In questa direzione il recente libro di saggi, Lo stadio di Nemea, di Giancarlo Pontiggia può rappresentare un prezioso strumento. Pontiggia elabora, in 15 saggi (raccolta di contributi, usciti in rivista o volume, e di lezioni universitarie) una poetica, con passione e studio giustificata, che punta sulla necessità di riscoprire nei classici greci e latini (in particolare della crisi della Repubblica e del primo Impero) quel sentire che oggi ci manca; di qui il critico e poeta milanese promuove quell’arte in cui la forma estetica si fa naturale meta del percorso espressivo.
La poesia deve muovere perciò dall’intuizione di archetipi, o immagini primordiali, suscitate, anche nelle nostre più comuni esistenze, da un qualche fortunato evento, da una qualche inattesa contingenza. Infatti il “divino”, come Pontiggia ci fa ricordare attraverso un passo dello Zibaldonedi Leopardi, è prossimo alla bellezza umana”, tanto che basta un’esercitata attenzione affinché ciò che può accadere accada, ciò che è allo stato di potenzialità si faccia ma­nifesto. D’altra parte, come ricorda Pontiggia, è proprio questa mediazionesimbolica ad essere il cuore del cattolicesimo mariano che tanto ha influito nella civiltà artistica europea. Non è vero insomma che dobbiamo arrenderci allo schema novecentesco del conflitto insormontabile tra la vita e la forma in quanto tale (analisi di G. Simmel in Il conflitto della civiltà moderna, tr. it. Roma, 1925); al contrario, la dialettica tra vita e forme, la metamorfosi, è ancora possibile. Bisogna, come dice Pontiggia, non intestardirci a voler essere moderni a tutti i costi, nichilisti. Perché un’utopia è ancora possibile, perché un mondo migliore è ancora desiderabile. Di un’utopia “minimalista”, come direbbe Zoia, c’è bisogno, come in fondo lo è una scrittura poetica, piccolo tessuto di ripristino dell’ambiente, integrato di epifanie, di risonanze affettive. Di qui ancora per Pontiggia la validità strategica della poesia lirica, proprio per il nesso che sussiste tra lirica e processo di individuazione: “Non saprei dire -scrive – perché la mia anima, pur desiderando aprirsi con tanta intensità alle cose del mondo, abbia sempre sentito l’esigenza […] di rinchiudersi in una propria cella, di definire uno spazio minimo entro il quale trovare non un riparo dal mondo, ma il senso del mondo”. E non solo: la lirica, continua Pontiggia, ha a che fare con quella maturità umana, con quell’identità che è premessa della responsabilità nell’agire sociale. Infatti il genere lirico si è sviluppato nell’antica Grecia proprio quando l’uomo ha assunto compiutamente uno statuto personale e al contempo lo statuto di cittadino della polis.

Ma è proprio nel cuore del libro, dove veniamo ad apprendere la ragione per cui esso è intitolato così, “Lo stadio di Nemea”, che Pontiggia traccia, nel modo più evocativo, quella che dovrebbe oggi essere la condizione del poeta ad un tempo moderno e “classico”: potrà usare le armi più agguerrite della tecnica letteraria, ma dovrà soprattutto immaginarsi come l’atleta di cui si racconta in un testo di Pausania. In una certa gara chi correva doveva anche “tenere accesa una fiaccola”.
E “vincitore era colui che giungeva primo, purché non spegnesse la fiaccola, nel qual caso la vittoria sarebbe toccata al secondo, e poi al terzo, e così via”.

Al poeta “nuovo” e “antico” (utopico) insomma si vorrebbe dire: “le tecniche sono indispensabili”, ma non sufficienti se non sarai in grado di “far restare accesa, durante il tragitto della scrittura, la fiamma di un pensiero del mondo e di un una forma immaginativa che ti sono state consegnate alla partenza, e di cui non sei il creatore ma l’umile staffettista”.

Giancarlo Pontiggia,
Lo stadio di Nemea,
Moretti&Vitali , Bergamo, 2013.

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