2008 QdB Poesia e responsabilità

“Il tempo dell’attesa” di Loretto Rafanelli
MARCO MARANGONI
Note in margine a Loretto Raffanelli,
Il tempo dell’attesa,
Jaca Book, Milano 2007

La scrittura poetica di Loretto Rafanelli, che certamente con Il silenzio dei nomi [1] e il recente Il tempo dell’attesa ha raggiunto la piena maturazione e stilistica, si è andata forgiando lungo un articolato dialogo umano e letterario: con í post-ermetici (Bigongiari, Luzi) e con i poeti della parola innamorata: da Carifi a Conte, a Mussapi. E Mussapi è forse il compagno a strada più attento alle corde di Rafanelli, il cui sguardo costantemente protende verso il centro misterioso del dolore e al contempo verso l’ancor più misteriosa bellezza, riconosciuta nella dignità di un volto, come l’amore che compatisce e rilancia senza stancarsi. E la promessa di orizzonti fraterni ad accendere infine il linguaggio di questa poesia, ma in modo raro perché privo di retorica e segnato invece dalla febbre dell’impegno, tanto nei versi testimoniato, quanto in una attività intensissima a promozione culturale della poesia. [2]
La kenosi del Verbo è certamente la figura archetipica, già messa in luce da Carifi, che sostiene l’ispirazione del Nostro, dando luogo ad un messaggio laico e religioso insieme, simbolico e poetico.
Di qui il tono tragico o meglio drammatico che risponde all’inclinazione a cogliere in profondità la sofferenza umana. La natura ha valore di paesaggio, di contesto ambientale e metaforico, mentre davvero l’interesse poeta si concentra sulla vicenda umana, sulla storia, la cornice civile e politica, in senso lato, degli avvenimenti.
La poesia di Rafanelli rappresenta in questo contesto una signifi¬cativa e originale variante di una poetica centrata sull’etica: si pensi ad esempio allo scatto interiore, che si avverte ad ogni verso incontrato, di resistenza alla profanazione, alla caduta, alle miserie.
Conseguentemente, la scrittura è proposta come l’atto disperato di chi voglia opporsi alla deriva del tempo cronologico, che tutto sembra confondere e obliare:
«Vorrei trattenere i resti di un luogo»,
«Così si scava oltre

il lembo di questo spicchio di vita,
alla fune del mistero che regola i silenzi».
Il senso morale è proprio qui: nell’ostacolare l’oblio, nel ricordare; nello scrivere e scrivere poesia, anche se «sfinita» – scrive Rafanelli – è la «natura del verso».
Di scrivere c’è bisogno, e di poesia come atto di responsabilità, di decisione:
«Se responsabilità
e poesia sono santo grembo noi saremo
a dire
[...]».
Chi scrive obbedisce ad un dettato, risponde di sé ad Altri che parla nel Linguaggio.
Queste riflessioni non sono peregrine, se si tiene conto del debito culturale contratto da Rafanelli con certo filone ebraico, attraverso soprattutto Paul Celan. Ecco allora versi spesso dedicati allo scenario delle guerre contem-poranee, alla Memoria della Shoah, al destino di addio, di lutto, e di lascito dentro le nostre storie d’amore, nei cruciali incontri umani e generazionali, come quelli capitali tra padre e figlio
«Poi quando sarò
nelle tue terre ti consegnerò
il diario dei miei anni, i colori
pastello del ricordo
e quelli forti della fine
dei sogni»,
madre e figlio
«io ho stretto
forte il laccio dell’esistenza
quando mi lasciava, lei. che aveva
lo sguardo della mia storia»,
tra gli amanti
«Lo scialle ravviva le tue labbra
e ti vedo là nella lunga strada
che va ad Andorra
[...]
Ora ti cinge il girotondo febbrile
delle estati, la scavata collina
bagnata dal sole e il tuffo
che l’eterno fa amore»,
tra gli amici
«Ma ora,
come un maestro dell’anima, mi dici:
“ci fu il tempo delle parole
e il tempo del passaggio nel deserto”
e il tuo sorriso mi avvolge caldo
come un dono».
Un pathos ci accompagna nelle pagine di questa poesia civile e amorosa, pietosa e mai sentimentale, capace di piangere con forza, con poesia:
«Fu ad Auschwitz che abitò
il suo dolore, che racchiusero
i suoi capelli d’oro nella follia
del seme, fu li che i suoi anni
divennero la creta amara
del buio eterno».
Non stupisce di imbatterci in uno stile dove la radicale forma lirica, n tutto il suo raffinato strumentario, si evolve verso il racconto, il poema, sia pure – come scrive Mussapi nella postfazione – «in modo non vistoso ma profondo». Anche la sintassi si è fatta più lineare, più narrativa, funzionale ad un “dettato netto, pulsante, privo di indugi, e sospensioni ritmiche”, “sottilmente drammaturgico”[3] , capace di raccon-tare i nostri anni cruciali.
«Prendiamo quella linea
che congiunge il tanto e il nulla,
il solco sera e la linfa
del mattino. La strada che compi figlio
sarà la lunghezza del tuo sguardo
o il vestito nero del lutto per il padre».

“Quaderni della Biblioteca Civica”
Pordenone n. 8 2008

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[1] Loretto Ravanelli, Il silenzio dei nomi, Jaca Book, Milano 2002

[2] Loretto Ravanelli accompagna l’attività di poeta e di scrittore per il teatro, con quella di editore e curatore della collana di poesia “I quaderni del Battello Ebbro”. Dirige la Rivista omonima di poesia e letteratura. Collabora con artisti nel campo figurativo (Biennale di Venezia con Marco Nero Rotelli, anzitutto ), promuovere festival ed ha ideato e coordinato la rete nazionale “Scrittore nelle scuole”.

[3] Per il teatro, ricordiamo almeno i seguenti titoli di Rafaneli: Nelle buie stanze e I ciclamini di Bosnia, I Quaderni del battello Ebbro, Porretta Terme 1997 e 2005, Le voci del Filadefia – Il Grande Torino ( rappresentato in scena dalla compagnia Foyer 97 prodotto dal Teatro Verdi di San Severo e patrocinato dal Teatro Pubblico Pugliese.