2007 Indizi d’altre…

Indizi d’altre glorie

MARCO MARANGONI
Note in margine a Occorreva che nascessi
di Gianfranco Lauretano

La loro bellezza non finisce […1
una figlia una moglie – indizi d’altre glorie.

L’indizio di una gloria, come scrive Lauretano, non è una gloria, ma una tensione che si inaugura, inquietante, dinamica, tra qui-ora e mistero.
Lo sguardo (-ascolto) del “poeta” è infatti colpito dal bagliore di un annuncio che ha l’effetto di rendere manifesto il confine tra il mondo e la destinazione umana” [nota 1].
Di qui la situazione che la grazia [nota 2] fa scaturire, separando l’essere dall’apparire, il valore dal potere, l’amore dal possesso. E di qui ancora la forza eversiva della grazia , rispetto alla tavola dei valori della società di massa stretta tra lavoro alienante e idolatria del profitto:

«Le masse corrono,
non sentono
vanno di dolore in dolore
nel niente, nella possessione».

Un’altra economia viene ispirata al poeta, non appena lo investono le “cose ultime”, anche se queste spesso appaiono minime sullo specchio del mondo:

«io sono catturato da cose
consistenti meno della brezza».

A colpirlo sono infatti delle atmosfere, dei climi di senso, come uno spazio interno al mondo e che per miracolo si apre. È un’esperienza del dono,
del gratuito, dell’ascolto:

«I corpi dei bambini mandano un brusio
anche da fermi
come se il moto del cosmo
emergesse in loro.

Correre quindi è anche l’atteggiamento ironico verso la civiltà dello spettacolo e dello spettacolare, e proprio nel mentre si sottolinea la coesistenza dei luoghi appartati (“i panorami non eccezionali” di cui scrive Davide Rondoni nella postfazione), della dimensione intima, riservata, domestica e familiare:

«la pelle aspetta i baci
ravvivata dal
sole e noi ridiamo
mangiamo lo yogurt e ridiamo
ecco dove sono le domande».

È evidente come quanto questa poesia si alimenti di un proficuo dialogo con la tradizione pascoliano-crepuscolare, mediata soprattutto da Betocchi [nota 3], dal suo realismo critico nei confronti di certo nichilismo che sembra condurre alla fuga, alle fumisterie, agli arcani di un linguaggio seduttivo e autoreferenziale:

«Qui deve stare l’attenzione
dove si svolge il tempo sostanziale [...] no, non è vero
il vasto spettacolo
niente è solo apparenza».

Lo stile di questo autore rifugge infatti da una ricerca sbilanciata sul piano del significante [nota 4] Il verso piano ricalca la naturalezza della voce, il fiato di un pensiero, il calore di un’emozione, la necessità di una preghiera o di una lode.

La centralità della similitudine e della metafora segnalano la tensione verso la sintesi, la concezione unitaria dell’articolazione percettiva e noetica: l’intuizione di un punto focale.

Per Lauretano l’epifania è una luce, è un segno, è un linguaggio scritto nelle cose.

E questo linguaggio coincide con la poesia:

«le foglie bianche si aprono
formando un vocabolario
il mondo parlando si presenta».

Poesia che si dà come attraversamento cosciente di un’epifania

(«l’epifania
la festa
primizia di quell’altra»);

 o come fede, al modo in cui Kierkegaard la definisce: «la certezza interiore che anticipa l’infinito».

La fede rende tangibile una dimensione di cui non è possibile dire ancora nulla, ma il cui avvertimento spiazza, o si fa sentire come carica esplosiva che mira a sovvertire il mondo, a liberare le sue prigioni:

«le colline, a destra,
non sono mai esplose così
si prepara un futuro
intanto il lavoro
sposta di un millimetro
la storia del mondo»;

«Oggi le colline esplodevano
grano e orzo spighe verdi
mia madre e mia
moglie
come due angeli a passeggio
nel paradiso della Romagna

[...]
l’ho saputo dopo, nel lavoro
lo so adesso»;

«senza lui gira il tempo
bomba ad orologeria
ruota»;

«Il rosso del tramonto è eterno
questa sera la comprendono
anche
in Cina anche gli schiavi».

 Significativa dunque l’immagine del fuoco che troviamo utilizzata ad indicare ora la forza di illuminazione interiore, ora di distruzione liberante, ora di difesa:

«Il potere sta lontano
lo tiene fuori un fuoco nelle foglie
nella mia famiglia
in chi senza ricevere mi ama».

È molto forte l’inclinazione politico-mistica o anarco-cristiana [nota 5] della poesia di Lauretano, anche se il tono mite (ma non per questo meno radicale) può farcelo dimenticare a favore di una apparente lirica difen­siva. Perciò memoria e custodia sono certo parole-chiave della poesia di Lauretano (Rondoni), se vengono interpretate però in ordine ad un tempo di tipo messianico: tra ricapitolazione e avvento. Va ricordato in questo contesto l’esigenza fortemente avvertita dal Nostro di ritrovare, una tessitura sociale più organica

(«Neon supermercato parcheggio
quei visi in fila
a un passo dal niente»),

come quella indicata dalconcettodi popolo, ben presente nella letteratura russa [nota 6]:

«nelle guerre
nella povera Europa
fa ‘nascere un popolo di lavoro [nota 7]
tu, pieno di nomi»; «in un’era
di condomini e pornografia
[.. .]
vorresti l’universo come un coro».

Sia i temi ecologici

(«e gli alberi aderiscono
alla nostra immondizia»)

sia quelli civili sono tutti comprensibili all’interno di quella tensione che abbiamo indicato tra mondo e mistero, tra la presenza del male che è la Distanza

(«sai perché soffriamo?
Perché siamo
lontano»;

«e le prostitute
bellissime viste da qui, da dove
non si capisce la tristezza») e la traccia di Dio, la «nostalgia
del bene».

Ma ciò che resta il timbro essenziale di Lauretano è la ricerca di una concentrazione, di un ascolto rigenerante nella parola, come nella carne:

«Vedi, occorreva che nascessi perché prima
c’era nel mondo un buco di parole».

PICCOLA ANTOLOGIA
I
Vedi, occorreva che nascessi perché prima
c’era nel mondo un buco di parole
a chiederti così dolorosamente
da essere senza fiato né voce
da non sapere che eri tu
che giochi e ridi di nascosto
tu così, tu figlia
eri tu che non c’eri
in quel vuoto che non ricordo
tanto era assurdo
che non mi figuro più
come se fossi qui da sempre, tu che ci
sei sempre stata.

V
Il rosso del tramonto è eterno
questa sera la comprendono
anche in Cina anche gli schiavi
e la collina accarezzata dall’aria
dal colore contributo alla luce
non è quella collina. è tutte
in ogni memoria degli occhi
anche distratti, raggirati
ma mai totalmente perduti
al pianeta dello stupore.
Quaderni della Biblioteca Civica,
Pordenone, anno 2007 n. 7


Avvertenza: per ritornare al corpo del testo cliccare sul numero corrispondente della nota.

[1] L’autore è direttore della rivista «clanDestino», che programmaticamente, e fin dal titolo, si assume il compito di indagare i rapporti tra letteratura e responsabilità destinale dello scrittore.

[2] Una consonanza forte è qui certo riscontrabile con la poesia di Franco Loi, che, tra i contemporanei, è uno dei poeti più amati da Lauretano. Per Loi è utile ricordare, ai fini del presente parallelo, l’osservazione di Mengaldo secondo li quale vi sarebbe coincidenza tra dialetto e assunzione di «un punto di vista ideologico», il cui program­ma rivoluzionario appare tramato da «fortissime venature libertarie e anarchiche» Pier Vincenzo Mengaido, Poeti italiani del Novecento, Mondadori, Milano 1978, p. reo&

[3] A Betocchi è anche dedicata una poesia, a pag. 54.

[4] «La poesia non riguarda la comunicazione: non è vero Jakobson. La poesia è il linguaggio dell’essere e la comunicazione non è che una conseguenza. L’essere si comu­nica». Gianfranco Lauretano, Diario finto, Edizioni l’Obliquo, Brescia 2001, p. 27.

[5] «Sto affinando il mio pugno per spaccare tutta la musica e tutti i ricordi e tor­nare ad essere un vivente» Gianfranco Lauretano, Diario finto, cit., p. .

[6] Lauretano ha tradotto, tra l’altro, II cavaliere di bronzo di Aleksandr S. Puskin, (Raffaella, Rimini 2003). Una poesia di Occorreva… cit., è dedicata alla figura del grande poeta russo Osip Mandel’ stam, (pp. 115 – 116), in cui sí dice: «Noi non ci andremo allo spettacolo / al party del potere [...] Osip, io ricordo / che passando sei impazzito / nella piana siberiana / e intanto ti colpiva il miracolo del bello».

[7] Detto in senso positivo e contrapposto a “popolo delle vetrine”, come appunto si legge altrove.