2006 QDB – Quell’ignoto che in pieno giorno

Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa affranta

Milo De Angelis, un poeta che debuttò nel 1976 con una parola poetica che – secondo Antonio Porta – «fa della differenza un punto di forza, anziché di rinuncia».
Una parola che riflette l’attrito con la realtà e dall’altro un desiderio di rinascita, di un gesto originario. Bastino i seguenti versi a testimoniare e commentare questa cifra stilistica e di poetica, che in fondo resta il filo conduttore dell’intero percorso di De Angelis:

141121_qdb_2006_cop«e le mani sull’inguine, chiamate dal corpo
per opporre
uno stupore minimo alle cose
mentre fuori, tra i semafori, l’europa
che ha inventato il finito
resiste
lontana dall’animale, difende
concetti reali e irrilevanti
lungo le autostrade, nel tempo lineare»1;

«E improvvisa, la quiete 3
della vigna e del pozzo, con la pietra levigata
dividendo la carne
una calma sprofondata dentro il grano
mentre la donna sul prato partorisce
sempre più lentamente,
finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio
il desiderio che nasce, il gesto»2;

«Nello stridere delle lenzuola abbiamo chiesto
un luogo intero, un corpo iniziale, un gesto
per unire i treni di Lambrate a un’antica rima»3;
«Anche tu passerai
per l’ago del ritorno
al cadere di tutte le bende, e sarai
il medesimo stupore che fosti,
quello spillo di luce dove si accende
il tuo viso e il nostro, ricomposti» 4 .

L’origine però non si dà senza passare attraverso la morte, è la parola infatti che evoca la morte, la attraversa, richiamata da un senso che precede. E se la parola per De Angelis è “tramite”, non può mai divenire conciliazione consolatoria:
«Nel colore stellare della parola
la creazione ricomincia
ogni sera, con la sola certezza
di una rima, con la sola
dimora rimasta: avere seminato
dove l’immagine perfetta fossilizza
questo fu vano
sarà vera invece la mano
che ferma con un cenno il capogiro» 5 .

2006_deangelis_01In Tema dell’addio, in particolare, De Angelis presenta una serie di variazioni intorno al tema appunto dell’” addio”: “addio”, detto anzitutto alla sua compagna di vita e di poesia; Giovanna Sicari, recentemente scomparsa 6 .
La dipartita della compagna offre al poeta l’occasione di confrontarsi con la lacerazione dell’esistenza ancor più forse che in precedenza. Ne risulta un canto di pietà, capace di esprimere tanto l’inappartenenza a questo mondo, quanto la resistenza e l’inquietudine.
Il senso del negativo, dell’assenza, della distanza è detto anzitutto dicendo, in modo ripetuto e meravigliato, il non
darsi più una pienezza, quindi dicendo lo sradicamento, la passione, il sacrificio: dicendo l’oscuramento del giorno;
«Questo è avvenuto, nel 199o. È avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. È avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni sera era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo» 7 ;
«Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato» 8 ;
«Non c’era più tempo. La camera era entrata in una fiala.
Non era più dato spartire l’essenza. Non avevi
più la collana. Non avevi più tempo. Il tempo era una luce
marina tra le persiane, una festa di sorelle,
la ferita, l’acqua alla gola, Villa Litta. Non c’era
più giorno. L’ombra della terra riempiva gli occhi
con la paura dei colori scomparsi. Ogni molecola
era in attesa. Abbiamo guardato il rammendo
delle mani.
Non c’era più luce. Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa» 9 ;
«C’è stato un compleanno, all’inizio, certamente.
Cinque candeline azzurre, i parenti mai visti,
gli evviva. C’è stato, quello c’è stato.
Il quindicesimo fu in Monferrato, ricordo,
con Luisella e Cristiana, il torneo di lotta sul Po,
il corpo vinto, il seno intravisto. È stato lì.
Nel misterioso tumulto si formava un’ossatura, il senso
delle ore troncate. Tutto era più vicino al sangue
che all’arcobaleno. C’è stato. C’è stato. Gli occhi
cercavano, nella materia inquieta, un’incisione.
Nel viso invecchiato di una donna, il mondo
intero appassiva. Poi, in una paladina, rinasceva. Latte
e croce. Via degli smarriti. Compito scritto» 10 );
«Il luogo era immobile, la parola scura. Era quello
il luogo stabilito. Addio memoria di notti
lucenti, addio grande sorriso» 11 .

2006_deangelis_02Il gesto dell’addio non è mai qui un gesto depresso, arreso, ma appunto dinamico, che si con-fronta col Ni-ente, quale rilkiano bordo delimitante: con un “dove” che non è reperibile in nessun-dove (Nirgends) del mondo.
C’è nell’”addio” il punto culminante dell’esperienza; c’è un compimento e la caduta di tutte le maschere; un venire davanti a se stessa dell’esistenza, un vedere finalmente “di fronte”, in una luce “umana- sovrumana”.
L’addio”. In esso si legge qualcosa di ardente e illuminante:
«L’ora non è paga di se stessa, domanda l’età vera,
un altro sangue che morbido si accese, una parola
una parola che fu intera assedia la testa,
fruga tra le macerie, fissa incredula
quella luce sovrumana» 12 ; «tutto
era immenso e smarrito tra i corridoi, tutto
cedeva di schianto, centimetro
in cui non si entra, preciso mistero
della febbre alta» 13 .
E ancora: «nodi
che strozzano l’anima, finché una creazione
comincia» 14 ;
«e tutto si preparava all’istante
dell’ingresso, ai piedi scalzi
che varcavano il confine, ogni confine,
tutto si illuminava di te, lieta pronuncia» 15 .

È ad un confronto con l’incommensurabile che qui si assiste, col separato, differente: la morte è un accadimento a cui non si assiste, che resta altrove:
«non so poi
cosa è accaduto, cosa
è accaduto, amore mio, come
mai, come mai» 16 ;

«mi chiedo
dove andrà il tuo sangue, l’estate
di Roserio, la cicatrice, la stretta di mano» 17 ;
«Quell’ignoto che in pieno giorno
ci porta via, quella rosa» 18 .
E la morte, che ha la solennità di un venire ad un faccia a faccia dell’esistenza, è anche un evento che da un lato è sempre personale, dall’altro è proprio di tutti e del mondo:
«Eri l’ultima
donna della vita» 19 ;

«C’è un’ora che raccoglie tutte le ore» 20 ;

«Quando su un volto desiderato si scorge il segno
di troppe stagioni e una vena troppo scura
si prolunga nella stanza, quando le incisioni
della vita giungono in folla e il sangue rallenta
dentro i polsi che abbiamo stretto fino all’alba,
allora non è solo lì che la grande corrente
si ferma, allora è notte, è notte su ogni volto
che abbiamo amato» 21 .
Come si vede, il testo di De Angelis, in un dettato limpidissimo e insieme teso, coniuga il bisogno naturale di una catarsi con un viaggio orfico assai stratificato; un viaggio che dall’occasione biografica ci porta al cuore della sostanza poetica stessa, del suo spingersi fino alle estreme possibilità del dire, dell’ascoltare (“lieta pronuncia”, p. 5o). E così è riconoscibile, nel fondo del testo, la riflessione filosofica sull’esistenza, da Kierkegaard in poi. Non a caso si parla anche di colpa e di giudizio e spesso si incontra un linguaggio religioso (“angelus” ,” gloria in excelsis” , “bestemmia”, “perdono”). L’incompiutezza dell’esistenza è colta infatti come colpa:
«In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani» 22 .
Ma il sentimento della colpa c’è rispetto ad una giustizia, ad un giudizio:
«Non c’era più luce. Ancora una volta
ci stanno chiamando, giudicati da una stella fissa» 23 .
La colpa rimette ad un Giudizio, ad un valore che discrimina bene da male:
«Vattene
nulla morente,
vattene ferita
dei minuti che tornano qui» 24 ;
«un ventaglio di grazia che il male
non ha ucciso» 25 .
Il viaggio dell’”addio” tocca certamente il suo lato estremo quando giunge, attraverso la compassione, ad avvertire quell’ignoto che è segreta scaturigine della parola e ancora della vita:
«mia arciera, mia trafitta
che ogni notte ti accendi nel cielo
ora che il corpo si è fatto musica
delle sfere, voce consacrata, silenzio»26 .
Ma è nell’ultima lirica del libro che De Angelis affida la parola al simbolo forse più emblematico del viaggio attraverso i regni dell’anima:
«tu, filo di voce,
canta il bel raggio
sepolto nelle parole, la scapola,
la pungitura,
la fitta,
gli antichi
numeri di telefono
oh tu fra coloro che attendono,
che sono lì lì,
che bevono l’acqua passata, il canto
del cigno 27 , la chiara
sorte di questa domenica» 28 .

PICCOLA ANTOLOGIA

Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
Milano era asfalto, asfalto liquefatto. Nel deserto
di un giardino avvenne la carezza, la penombra
addolcita che invase le foglie, ora senza giudizio,

spazio assoluto di una lacrima. Un istante

in equilibrio tra due nomi avanzò verso di noi,

si fece luminoso, si posò respirando sul petto,
sulla grande presenza sconosciuta. Morire fu quello

sbriciolarsi delle linee, noi lì e il gesto ovunque,

noi dispersi nelle supreme tensioni dell’estate,

noi tra le ossa e l’essenza della terra.
Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos
Affogano le nazioni, crollano le torri, un caos

di lingue e colori, traumi e nuovi amori,
entra alla Bovisasca, spazza via il novecento

della solitudine maestra, del nostro verso
sospeso nel vuoto. Altre donne si aggirano

tra gli scarti del mercato, nella nuova miseria

di questo istante. Io siedo al caffè sottocasa,

guardo il paesaggio che fu di Sironi, in un solitario

dodici agosto, inizio a convocare le ombre.
Rivedo mio padre in una città di mare, una brezza

di Belle Epoque e un sorriso sperduto di ragazzo.

E poi Paoletta che sul tatami trovò la vittoria
a tre secondi dalla fine. E Roberta
che ha dedicato la sua vita. E Giovanna,
in un silenzio di ospedali, quando il tempo
rivela i suoi grandi paradigmi.

“Torneranno vivi gli amori tenebrosi

che in mezzo agli anni lasciarono

una spina, torneranno luminosi”.
Ci teniamo vicini
Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici

e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore

buio dell’estate, nell’annuncio

di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta

voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.
Toccandoti la fronte sentivi il mare
Toccandoti la fronte sentivi il mare,
parlavi di un mattino aperto come in guerra

nel buio dell’ora smarrita parlavi

senza domani e senza libri, parlavi

alla presenza assoluta di una lacrima,

una rapida memoria di ulivi e di luce,

una gloria dell’uno e di ogni altro, ma

non si trova la via per la sorgente, ma

non si trova la vena, dio mio, non si trova.
Bruciava l’asfalto e tu eri sola
Bruciava l’asfalto e tu eri sola
tra gli alberi di Quarto Oggiaro e le luci

immortali dei bar e le case
degli anni cinquanta, balconi e basilico,

un concerto di piantine e di mare:

torna, non tornare più
qui, nella nostalgia dei viventi, torna,

non tornare, ritorna, mai, più.
A te, amore, una semplice
A te, amore, una semplice

poesia, quel sorriso umano
e trascorso che vedevi in ogni

sillaba, a te una sola
dedica, cenere che si fa
respiro, atto unico.

NOTE

Note in margine a Milo De Angelis,
Tema dell’addio, A. Mondadori, Milano 2005

1. MIto DE ANGELIS, Somiglianze, Guanda, Parma, 1976, p. 79.
2. Ivi, p. 11
3. MILO DE ANGELIS, Biografia sommaria, Mondadori, Milano, 1999, p. 23.
4. Ivi, p. 59.
5. Ivi, p. 7o.
6. GIOVANNA SICARI, nient’affatto lontana dal nucleo poetico di De Angelis, ebbe a scrivere, a proposito della parola poetica: «percezione netta di un altrove spirituale che ci manca e richiama». E ancora: «inventare altri nomi per le cose sembra l’unico atto di coraggio, l’unico grido possibile» (in La parola ritrovata, Marsilio, Venezia, 1955, pp. 1o8-11o).
7. MILO DE ANGELIS, Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005, p. I I.
8. Ivi, p. 13.
9. Ivi, p. 15.
10. Ivi, p. 17.
11. Ivi, p. 19.
12. Ivi, p. 4o.
13. Ivi, p. 41.
14. Ivi, p. 43.
15. Ivi, p. 5o.
16. Ivi, p. 28.
17. Ivi, p. 55.
18. Ivi, p. 56.
19. Ivi, p. 29.
20. Ivi, p. 48.
2 1. Ivi, p. 65.
22. Ivi, p. 18.
23. Ivi, p. 15.
24. Ivi, p. 25.
25. Ivi, p. 39.
26. Ivi, p. 71.
27. Il corsivo è mio.
28. MILO DE ANGELIS, Tema dell’addio, Mondadori, Milano 2005, p. 79.

Marco Marangoni