2006 QdB – La sirena e il sacrificio

MARCO MARANGONÌ

Niente somiglia davvero a come sono,
a casa so della guerra e degli eroi.
ANTONIO RICCARDI

141121_sirena_01Nel precedente lavoro di Antonio Riccardi Il profitto domestico (Monda-dori, Milano 1996) emergeva una voce caratterizzata da alcune forti linee: anzitutto l’incombere oscuro di “un terrore primordiale” 1 («Eppure qualcosa ci leverà la terrà e le cose / per un castigo»; «la rovina orla la nostra vita»); e poi l’opposizione di una vigilanza interna, come una “lotta per la vita” 1 («Questa veglia interna è una moneta»).
Così si giungeva all’idea di un profitto che coincideva con la equazione dovere-fortuna.
Stilisticamente, il tentativo di “arginare una dispersione” 1 (la morte), conduceva a sottoporre a un estremo controllo le accensioni liriche 1 , prediligendo una “calibrata scansione metrica 1 “, inseguendo un verso sobrio e potente.
Le tracce del precedente lavoro sono ben visibili anche ne Gli impianti del dovere e della guerra, per temi e stile. Il titolo del libro dice subito l’intenzione e l’ambizione di penetrare negli impianti, nei fondamenti della vita umana e della storia: nel nesso dovere-lavoro-guerra.
E va ricordata la strutturazione poematica del testo, in cui l’autore cerca di narrare qualcosa di oggettivo, storico (anche ontologico) e biografico. Anche qui, come altrove nelle cose di Riccardi, vi sono riferimenti geografico-poetici precisi: da un lato l’hinterland milanese di Sesto San Giovanni con i suoi impianti industriali e storici di Concordia, Vulcano, Vittoria, Unione, dall’altro la campagna parmense che cede al bosco, il podere di famiglia di Cattabiano.
Il poema viene quasi introdotto dalla prima lirica. Un’introduzione dal tono religioso, vetero-testamentario: «Dice al Profeta / sarai la mia bocca. // Se sia vero che ogni padre / per amare davvero / debba sempre castigare… » 1 .
La storia umana risulta quindi una storia sotto la sferza del castigo; possibile solo come doverosa espiazione. E il dovere appare anzitutto come dovere del lavoro, del contenimento, del sacrificio di ogni eventuale abbandono al godimento: «La sirena copriva la città col sacrificio. / A lungo ho sentito / la voce della sirena. / Saliva regolando la vita della pianura / e limava ogni cosa al dovere / voltando da sotto la città satellite» 7 .
Così la scena dell’albeggiare sul mondo viene sintetizzata attraverso un’atmosfera di “vita imprigionata”, di “lavoro forzato”: «È ancora notte che gli animali / nel bosco della città dell’acciaio / sentono il giorno forzare avanti / e cantano storditi cantano / come mai nel giorno pieno. / È ancora notte che sentono la sirena, / il loro diapason nella pianura / della piccola Stalingrado» 8 .
141121_sirena_02Il castigo non si compie semplicemente nel destino di un lavoro. La cosa è più terribile. Il dovere del lavoro si fa dovere di sperimentare l’impotenza dell’homo faber a costruirsi o ri-costruirsi, a salvarsi: il lavoro, la tecnica, la fabbrica-mondo consumano solo chi vi opera. Questa consapevolezza è il profitto contemplativo del poeta che con un furore lucido e pacato, filosofico, si introduce, come un alchimista rinascimentale, nella sostanza mistica e drammatica del mondo, in cui le parti di esso sono ad un tempo generate e sacrificate all’infinita vitalità del tutto: «La sirena copriva la città col sacrificio»; «Nel diorama c’è una predazione / nella riserva a Kedrovaya Pad’/ nella Siberia sudorientale. // In un bosco di betulle e latifoglie / affondato nella neve per metà / l’animale guarda fisso alla gola del cervo. // Nel diorama non c’è né prima né dopo / ma solo il culmine delle vite esemplari / di certe piante, di certi animali» 9 .
La predestinazione all’impotenza del fare (e al castigo) viene colta attraverso il male che si contrae nel lavoro stesso e nel tragico tramanda-mento, di padre in figlio: «Mio padre vedeva gli organi e le ossa / degli uomini delle fabbriche. / Coperto dal camice di piombo / cercava dei segni dentro la carne / sentendoli al buio senza parlare. / Poi partiva per Cattabiano / con le bestie giocattolo per me» 10 . Il padre, che curava dal male gli uomini delle fabbriche, recava, nel ritorno a casa («Voltava l’ultima curva con l’Alfa» 11 ), i giocattoli innocenti per il figlio: ma i giocattoli “innocenti” portavano i segni, il codice del mondo; «Nel sacco la iena, il leopardo e un varano mai visto / ognuno al culmine della ferocia» 12 .
A questo livello del discorso, la distanza critica risulta fortissima rispetto all’utopia moderno-illuminista, tanto che la citazione in exergo di Cattaneo, sortisce un effetto ironico, straniante: «Nella concordia avventurosa di tutti gli ordini civili si va tessendo una nuova società d’uomini operosi, sagaci, onorati, nella quale ogni attitudine ha il suo campo, ogni merito ha la sua ricompensa» (Carlo Cattaneo, Industria e morale, 1845).
141121_sirena_03La controfinalità conseguita dalla tecnica è testimoniata anche dalla voce – in exergo alla sezione Né salvi né vivi – di un operaio della Breda: «La forgia: assumevano i oo per averne 5 che rimanessero, perché era un posto terribile, la bolgia dei vivi… Io non ho vergogna a dire che spesso, alla mattina prima di cominciare a lavorare ho pianto» (testimonianza di M. S., operaio alla Breda Fucine). Questo inumano o anti-umano della civiltà delle macchine
si trova ben espresso anche nei seguenti versi: «Ho visto e saputo poco / del mondo perfetto dell’acciaio / appena sull’orlo della fine // perfetto benché l’operaio – ma l’uomo / dice nel Capitale senza tremare – sia imperfetto strumento di produzione / del moto uniforme e continuo» 13.
E l’ideale comunista trova, in questo quadro di dolore e di sopravvivenza, una sua forza che si connota in senso morale più che politico: «In quest’anno Novecentotrentasei / gli elettrotreni / primi veicoli dell’età dinamica / – le fabbriche di Sesto San Giovanni / sono l’Italia, sono la Nazione – / possono duecento chilometri all’ora / e al minimo di resistenza con l’aria. // Ma nelle fabbriche le maestranze operaie / segnano il lavoro col marcatempo / e sono comuniste per senso di giustizia»14 .
Smascherato delle sue utopie, il senso della storia si lascia cogliere in un passaggio tra contemplazione e interrogazione: «Al buio la palude formicola dí pile / e lampi all’acetilene. / Cacciatori e curiosi palpitano via / dai loro doveri salvadanai, / dalla fiducia nell’avvenire / e s’incantano a fissare nel fluoro / liquido e lunare i presagi. // Domani sarà già l’estate / di un altro mondo – altre macchine / altre industrie, un altro sapere – / come questo che germoglia / bruciando memorie e materia / in una perdurata combustione». 15
La “cultura” di massa inoltre, con il suo consumo ininterrotto di merci materiali e “non”, non può non apparire come la sublimazione, quasi ovvia, del fondo ferino e alienante: «Da fuori si sentono le macchine / e i forni più
lontani del T3 / forzare la materia in forme transitorie / per satelliti di produzione e derivati / o altro che sarà un’altra cosa / in ogni casa moderna, in ogni tinello / nelle camerette dei bambini // – la cultura sono i Quindici e
Conoscere / e gli Oscar settimanali / i libri transistor che fanno biblioteca / i libri ’65 per chi lavora, per la famiglia / a casa o in ufficio, in fabbrica o al bar / nei viaggi di lavoro e nei week-end / in autobus e in metropolitana
/ in taxi, in treno, in barca e in jet / sempre in tasca a portata di mano / sempre nuovi, per tutta la vita // e per tentare la nuova virtù sociale» 16‘.
141121_qdb_2006_copNon c’è un mascheramento, a posteriori, del negativo; ma “virtù sociale” e conflitto sono facce di una stessa medaglia. Dietro alla costruzione sociale c’è il fatto della guerra, infatti, come cosa normale. Questa banalità della guerra, del male, è una prova ulteriore dell’intrinseca colpa e della giusta punizione cui l’uomo va incontro, inesorabilmente: «Ogni anno si prepara un po’di guerra. / Negli hangar le gru / bruciano carbone a tonnellate / ohi combustbili, sabbie e terre. // Le terre da fonderia non sono terra / – come l’ombra che ci sprofonda / non è materia, non sono nomi – / ma semi di quarzo e argilla in proporzione / con ossido di ferro, soda, magnesio / mica, potassa e a volte organismi» 17.
Se la cultura ha definito se stessa, rispetto alla natura, col lavoro, la politica e la guerra, la natura, dal suo canto, non è un fondo innocente, come abbiamo già visto: la violenza è del mondo: «all’incrocio dell’ombra con il sole / della radura, vediamo brillare / le schiene di un cane e di un cinghiale» 18 : «Quando a morsi la prima bestia / fora il cuore alla seconda che muore / il bosco è il nuovo centro del mondo» 19 . Certo la cultura si solleva sul fondo della natura, e disciplina, organizza il suo potenziale di violenza, lo orienta alla costruzione dell’impero quale non può non essere, in essenza, che l’«impero delle presse e dei magli», in cui «ogni corpo è in attrito e resiste / alla totalità degli altri corpi» 20 .
Riccardi procede con coerenza di analisi, ma scommette nelle capacità espressive della poesia, al fine di penetrare in un codice sacro. Lo sguardo che vede e sa e considera, ha movimenti ampi e circolari, riflette i bagliori del presente, si spinge nella pre-visione, e ha continue rivisitazioni di quadri memoriali, in cui lacerti biografici e categorie ontologiche si illuminano a vicenda. Emblematica, per intensità lirica e sintesi tematica, ci sembra la sezione Élixir Borducan, che non a caso occupa la parte centrale del libro, di cui citiamo i seguenti versi: «Chi vedesse dall’alto le trincee / vedrebbe la geometria degli scavi nella piana / la forma dell’onore e della specie / il pulviscolo acceso di magnesio / nell’aria bassa tra gli uomini e le cose. // Vedrebbe un dragone con la testa d’oro / fermarsi al lampo di un bengala / a combustione lenta / e guardare indietro dal cavallo / come chi cade, per un attimo sospeso» 21 .
E ancora: «È morto al mattino col freddo / alla fine del trenta, il ventinove / Antonio Riccardi di Cattabiano / dragone nella prima guerra / e possidente da civile. // È morto nell’ora che il bosco sente / la prima luce del pianeta»22 .

PICCOLA ANTOLOGIA

Né salvi né morti
I.
In quest’anno Novecentotrentasei gli elettrotreni
primi veicoli dell’età dinamica
— le fabbriche di Sesto San Giovanni
sono l’Italia, sono la Nazione —
possono duecento chilometri all’ora
e al minimo di resistenza con l’aria.

Ma nelle fabbriche le maestranze operaie
segnano il lavoro col marcatempo
e sono comuniste per senso di giustizia.
2.
Pacato, parlando per proverbi
indica sulla mappa colorata
i continenti e le colonie, una storia
araldica di ombre e avventure.

… i motori a corrente continua
a eccitazione in serie, dice,
la trasmissione elastica alle ruote
e i comandi elettropneumatici nelle cabine
sulle due teste di ogni treno,
ci portano la gloria e il futuro…
… l’uomo per natura vuole essere felice
eppure la felicità uccide i poeti…

… e così adesso, mi dice,
nelle tranvie urbane e suburbane
a Varsavia, in Romania e a Asunción del Paraguay
o a Lima nel Perù…

… se poi viene la bestia prendila per la coda
non rigirarti nel letto
non cedere al maleficio…
3.
La vedi la torre merlata del parco lingotti?
Le cuspidi dei camini e loro davanti
le braccia conserte nel marzo ’43
né salvi né morti ma in piena luce?

NOTE

1 . ROBERTO GALAVERNI, Nuovi poeti contemporanei, Guaraldi, Rimini 1996, p. 320.
2. ROBERTO GALAVERNI, op. cit., p. 321.
3. Ivi.
4. Se per gli aspetti più lirici si nota l’inflluenza, nella formazione di Riccardi, di Bertolucci, per quanto riguarda lo stile che cerca il controllo, la sobrietà e al contempo la potenza, i maestri di riferimento più vicini sono senz’altro Valerio Magrelli e Maurizio Cucchi.
5. ROBERTO GALAVERNI, op. Cit., p. 320.
6. ANTONIO RICCARDI, Gli impianti del dovere e della guerra, Garzanti, Milano 2005, p. 11 .
7. Ivi, p. 12.
8. Ivi, op. cit., p. 20.
9. Ivi, p. 16.
10. Ivi, op. cit. p. 13.
11. Ivi, p. 17.
12. Ibid. C’è in questa presa dí distanza, ironica (rispetto alla apparente bellezza della natura), un sentire e clima poetico molto prossimi a quelli di Maurizio Cucchi.
13 Ivi, p. 81.
14. Ivi, p. 59.
15. Ivi, p. 32.
16. Ivi, p. 35.
17. Ivi, p. 41.
18. Ivi, op. cit., p. 68.
19. Ivi,  p. 70.
20. Ivi, p. 42.
21. Ivi, p. 54.
22. Ivi, p. 55.