2005 QdB – Voci dell’oltre

Voci dell’oltre
Sensosuono 2004 – Secondo Festival della poesia e della musica
MARCO MARANGONI
Con una Appendice di Filippo Del Corno
Note in margine a Voci dell’oltre, concerto per voce e  strumenti
di Maurizio Cucchi, Filippo Del Corno, Cantica Simphonia

Cammino verso l’impossibile e se il dolore
va a talvolta mi confonde credimi
non ho mancato la mia vita.

M AURIZIO CUCCHI

Voci dell’oltre 1 è un incontro tra percorsi artistici diversi, eppure intrecciati: da una parte il lavoro poetico di Maurizio Cucchi e il dialogo che conduce con le persone scomparse, dall’altro la musica di Filippo Del Corno in stretto rapporto con il tempo molto lontano della nascita della polifinia.
A cornice, il gruppo vocale-orchestrale Cantica Simphonia 2  esegue nove composizioni di Del Corno, e alcune di un grande maestro della polifonica antica, Guillaume Dufay, una delle quali su testo di Francesco Petrarca. E proprio Petrarca viene evocato da Cucchi in Poesia della fonte, che sta al cuore di Voci dell’oltre.
In quest’opera Cucchi raccoglie per lo più versi già editi in varie opere, ma che dispone originalmente e secondo un ordine di lettura che consente di intuire un’intenzione narrativa: l’affiorare di voci-suggestioni provenienti da un oltre, dal passato e dal trapassato. Voci passate oltre dunque e che ritornano. Chi resta, e resta in ascolto di quelle, come di un messaggio frammentato, ha il compito della loro problematica decifrazione: “sentiamo un po’ di vertigine/o il peso del buio nelle libre.”
Voci dell’oltre è tema suggerito dalla recente scomparsa della madre del poeta, ma si connette in fondo al solco della scrittura cucchiana, fin dall’origine istituita dalla scena del lutto, dal venir meno di un centro dalla parola come scheggia rammemorante e centrifuga. II tema dell’orfanità 3 è così allegoria di un’assenza quasi metafisica che destina  ad una esistenza senza fondamenti certi, o individubili attraverso gli strumenti
umani 4. Non di una poesia arresa però si tratta, e tanto meno attesa 5 all’impossibile dialogo con le ombre; al contrario di una poesia tenace si potrebbe dire, disponibile a gioire nel frammento, per quel tanto che in esso v’è di vita e di forza. Cosi la natura dei bambini può divenire una maschera allegorica di come il poeta vede la vita nella sua concretezza (non offuscata da costrizioni e costruzioni che ne stravolgono il profilo): «Non trattare i bambini da bambini: / tratta i bambini come noi. / Sono esserini teneri e indiscreti, / non innocenti angeli, concreti, / folletti misteriosi, / lievi e crudeli, / sensibili e fedeli, sempre disposti / al riso,al grido, al pianto. / Il loro tempo è veloce, rapinoso, / sono sereni e ombrosi, minuziosi, / non hanno disciplina, né ipocrita censura. Sono come li vedi, sono natura».
Altrove Cucchi ha scritto molto significativamente: «Ma anch’io, come la madre, godo del niente, / e se odio il sole che sorge / come lo vedo subito lo abbraccio».
Petrarca è una voce dell’oltre, ma è anche il classico con cui si stringe un dialogo elettivo a partire dal tema dell’assenza e della ricerca della fonte della parola e della poesia: «Salire e infossare lo sguardo: / nel cupo ci dev’essere un punto geometrico. / Fra questi blocchi di pietra / e questa spaccatura e ogni volta / appare, sgorga, va e allora è / come se fosse incessantemente / nel chiuso della valle».
E ancora: «Però cerco una fonte che sia solo mía». E la fonte è immaginata come «una frase, una domanda spaccata, una figura / che copre un’altra figura / e un’altra ancora. / Ma non all’infinito».
Non all’infinito: «Infine venga al sole sgominando / tra due attimi altissimi. / I miei volti abolisca, luce nella luce».
Emblematicamente Voci dell’oltre si conclude con l’ultimo pezzo musicale di Dufay sul testo di Petrarca dedicato alla figura della Vergine: «Vergine bella, che di sol vestita…».
Certo, se questa tensione verso la fonte si misura con l’impossibile, si è anche avvertiti della necessità di tener conto delle proporzioni di un gesto sempre umano, finito, “orfano” appunto. Consapevolezza quest’ultima che non porta alla disperazione, ma a riconoscere che quanto viene compiuto secondo misura, deve ritenersi comunque riuscito: «Cammino verso l’impossibile e se il dolore / talvolta mi confonde credimi / non ho mancato la mia vita».

APPENDICE

Quando ho ricevuto da Mario Pagotto e Marco Marangoni l’invito a lavorare con Maurizio Cucchi, prima ancora di incontrarmi con il poeta e pensare concretamente insieme a un progetto, immediatamente mi è apparso evidente che la mia musica avrebbe dovuto avere un suono “antico”, puro e adamantino come è ai miei occhi la lingua della poesia di Cucchi. Ho posto quindi questa unica condizione: che l’esecuzione musicale di ciò che avrei scritto sui versi di Cucchi fosse affidata al più straordinario gruppo vocale-strumentale di musica antica oggi attivo in Italia, ossia i Cantica Symphonia.
Assicurata questa condizione dalla puntuale e disponibile organizzazione del Festival Sensosuono il lavoro è iniziato con una serie di incontri con Cucchi, di cui già conoscevo e amavo il lavoro, e il nostro primo sforzo è stato quello di trovare una traccia unificante per l’intero lavoro, quasi un sentiero narrativo che ci permettesse di non smarrirci nella vuota prospettiva di un reciproco catalogo.
Si è progressivamente delineata l’ipotesi di dare voce alle voci dell’oltre, tema che da una parte già costituiva un nucleo essenziale della poetica di Cucchi, e dall’altro rendeva senso alla mia scelta di suoni “antichi”, provenienti da un “oltre” della tradizione musicale che ho sempre molto amato (e studiato). Abbiamo così scelto insieme alcune poesie di Cucchi che costruissero l’arcata del nostro cammino comune, e con grande stupore, ma anche una certa gioia, ho visto subito che i versi di Cucchi si traducevano con assoluta naturalezza sui miei fogli in linee melodiche nette, essenziali, pure. Parallelamente Cucchi mi ha offerto il privilegio di inserire nel nostro progetto due poesie nuove, scritte apposta per questa occasione, e quando le ho avute in mano leggendole trepidamente in piedi nella più assolata delle strade milanesi, ho provato la strana sensazione di ascoltarle già “cantate” nella mia testa.
L’incontro con Cucchi è stato per me un’esperienza davvero felice, e tutto il processo di composizione, parallelamente alle esperienze di sperimentazione che portavo avanti con Cantica Symphonia, si è svolto in una rara e preziosa condizione di tranquilla serenità, fino ad arrivare al concerto dove la prima assoluta del mio brano, con il titolo Voci dell’oltre, era incorniciata da alcune tra le pagine più sublimi della scrittura del Quattrocento, opera di Guillaume Dufay.
Solo in quel momento, con la stessa improvvisa evidenza con cui avevo scelto all’inizio del cammino la sonorità dei Cantica Symphonia, mi si è palesato il curioso e forse paradossale cortocircuito che avevamo realizzato con Voci dell’oltre: se nella nostra contemporaneità è un’esperienza frequentissima dare suoni moderni a parole del passato, noi avevamo sperimentato l’esatto contrario, affidando le parole di oggi a suoni antichi.

FILIPPO DEL CORNO

Note

1. Voci dell’oltre è lavoro poetico-musicale che è stato presentato in prima assoluta nell’ambito della seconda edizione di Sensosuono, festival di interazione tra poesia e musica, il settembre 2004, presso il Palazzo Mantica di Pordenone.
2. Cantica Synphonia si dedica prevalentemente alla polifonia del periodo che va dalla fine del XIV secolo fino al Seicento, concentrando la sua attenzione soprattutto sul repertorio sacro di Guillaume Dufay, Costanzo Festa e Claudio Monteverdi. Ha tenuto concerti in numerose città italiane, ad Amsterdam, in Francia, Svizzera, Estonia e Slovenia.
3. La «condizione di orfanezza altro non è che la condizione della creatura inerme su cui si fonda il mistero della fratellanza degli umani» (ALBA DONATI, La poesia di Maurizio Cucchi, Postfazione a MAURIZIO CUCCHI, Poesie 1965-2000, Mondadori, Milano 2001, p. 265). «Se le campane danno rintocchi / solamente metallici / e i nostri volti sono volti / scombinati e assurdi, / le nostre frasi, talvolta, sconnesse, / non ti meravigliare. / Siamo orfani di padre», MAURIZIO CUCCI-II, Poesie 1965-2000, cit., p. 237.
4. Stefano Giovanardi parla di un «genetico difetto d’essere, di un rifiuto della pienezza di ordine psichico ancor prima che ideologico o programmatico», in Poeti italiani 1945.1995, Mondadori, Milano 1998, p. 872.
5. Antonio Porta infatti scriveva: «Scarto rispetto a qualsiasi rinuncia» e «capacità di cogliere ogni passaggio dell’esistenza nei microsegnali, che è una risposta precisa e puntuale al bisogno di intenerire la vita» (ANTONIO PORTA, Poesia degli anni Settanta, Feltrinelli, Milano 1979, p. 65).

Quaderni della Biblioteca Covoca PORDENONE 5 – 2005