2005 QdB – Nel tempo che precede

MARCO MARANGONI
Note in margine a Umberto Piersanti,
Nel tempo che precede, Einaudi, Torino 2002.

L’età dell’oro è come un cielo chiaro,
i dolori lo scorrono fugaci
UMBERTO PIERSANTI

Fitta di riferimenti ad una geografia appenninica, la poesia di Piersanti non conduce ad una provincialità, ad una periferia magari poetica ma attardata…
Si assiste invece alla messa in opera di un mondo: quello collinare certo «in cui — come scrive Galaverni — prima il ragazzo e poi il giovane poeta si inoltravano» 1; quello tangibile tra Marche, Montefeltro e Toscana, ma al contempo ri-figurato quale orizzonte di “perenne fertilità” 2
A questa immagine della sua terra, filtrata anche dall’ambientazione arcadica dell’ Aminta di Tasso 3, il poeta giunge in un secondo tempo della vita, nel vissuto della ripresa mnemonica, in una profonda anamnesi —in un viaggio nel tempo dell’ Andenken, della rammemorazione 4
Un dolore, un sacrificio, un rito di passaggio dev’essere stato comunque consumato perché alle normali superfici succeda un tempo senza storia, un ritmo mitico-circolare: «che tempo è stato, / madre, così lontano e perso / che il sogno non l’uguaglia, / certo fu prima, prima della Storia» 5. Questo nuovo paesaggio è la ri-figurazione appunto. Rifigurazione-esplicitazione. Venire alla superficie di ciò che era nel fondo; un ritmo e delle immagini:

«ma c’erano quei fiori di febbraio
i favagelli gialli, le margherite
e poi le foglie lievi, pieghettate
che tanto rassomigliano alle stelle
alle povere stelle, di cartone
il miglior tempo è quello
che precede» 6.
«Ricordo i pescatori affaccendati
quelli attorno allo scafo
i grandi teli, guardavo le tue mani
lunghe e antiche,
e godevo dell’ora
separata
d’una tarda adolescenza
che perdura
era un giorno
un giorno chiaro della vita» 7.

«Poeta, quegli anemoni lucenti
e le tenere erbe, il lungo grido
del cuculo tornato alla dimora
il crepuscolo acceso d’usignoli,
sono essi la vita
o almeno danno un senso
alla perenne ruota
che tutto avvolge?» 8.

E ne’ I luoghi persi si leggeva:

«questa vicenda lunga come la vita
forse cambia chi viene e non conosco
io nell’attesa sono come sempre
in giro sui miei colli nella cerchia
e poi vado lontano e qui ritorno» 9.

Il tempo “che precede” quindi non è certo il tempo degli orologi. Eppure è un tempo!
Paolo Lagazzi scrive in Vertigo 10, saggio dedicato al senso moderno e ansioso del tempo, che l’Occidente sta in molti modi esprimendo il bisogno di opporsi alla prospettiva di ripetizione del tempo: quello cioè che solitamente giochiamo “sul tavolo dei valori di scambio” 11. L’Occidente sta esprimendo cioè l’esigenza di una “seconda volta”, per dare un senso almeno parziale alla propria esistenza.
Questa “seconda volta” dipende dalla nostra capacità di ascoltare un “tempo diverso”, di «restituire respiro a una vita, a una parabola creativa, a uno sforzo di conoscenza» 12.
E riguardo alla poesia di Piersanti, proprio Lagazzi ha scritto: «Contro il primato moderno delle superfici il poeta vorrebbe poter assicurare alla propria differenza una forza, un peso: senza mai ambire ad una trascendenza, il suo “tempo differente” dovrebbe diventare un rifugio, un bosco sacro, una dimora del Senso» 13.
Ecco allora certi versi di prima già letti come ritornano quasi in forma di eco: «poeta, quegli anemoni lucenti / e le tenere erbe, il lungo grido / del cuculo tornato alla dimora / il crepuscolo acceso d’usignoli, / sono essi la vita / o almeno danno un senso / alla perenne ruota / che tutto avvolge?»
Versi che così continuano: «[...] sì, ho nostalgia per questa cerca / per gli amori tra l’erbe / dell’anno scorso 14”. [...] a scrutare l’istante che trasmuta [...] il riso cogli asparagi / stasera, vita fragile e assurda / vita anche lieta» 15.
Rispetto al tempo lineare di un progetto che tutto brucia e consuma, della tecnica, di un tempo meramente obiettivante, nichilistico, qui si ha un io che si de-soggettivizza, che pervaso di stupore di fronte all’impossibilità di un’azione ultima, di fronte alla disillusione, al disinganno, di fronte allo scacco della finitezza, si apre al Prima, alla Precedenza…a ciò che precede la storia e i suoi programmi razionali o meglio razionalistici.
Ecco allora il ri-spalancarsi della Natura, del suo infinito che Leopardi sentiva assomigliare alla voce delle fronde, del vento.
E così analogamente Piersanti: «lascia che mi sprofondi / guidami il capo / tra le cosce lunghissime / al rifugio»16.
La donna, l’eros, la Natura sono l’ambito di un naufragio e di una catarsi, e proprio in questo senso di un rifugio: «donna, ho nostalgia / dei tuoi giorni» 17.
Anche il figlio che soffre di una grave malattia, che lo mantiene in un altrove remoto rispetto alla coscienza, sembra in qualche modo accarezzato, pur nel tragico, dalla madre-natura, dal suo abisso: «e come stai nell’acqua, / nuotare è un’altra cosa, / tu ci cammini dentro / e ti ci muovi / come un queto animale / dei miei fossi, / la verde raganella, / il lento granchio, / fluttuano i tuoi capelli / come al fauno, / fauno-fanciullo mite / e innocente»18.
Questa prospettiva altra rispetto a quella del tempo storico, lineare, è quella del tempo circolare, mitico, dove l’uomo torna a rammemorare il ciclo della natura e a pensarsi inserito 19 in una dinamica ontologica; dinamica di un mondo particolare (le Cesane ad esempio) che investito di valori affettivo-simbolici acquista un significato sconfinato, cosmico 20. Le immagini che così fioriscono nel dettato poetico, da un lato provengono dall’esterno, in parte sono ricreate-sviluppate. Il quotidiano viene rifigurato simbolicamente e in ciò sta l’operazione, la techne del poeta, techne non arbitraria, rispondendo ad un appello della realtà stessa.
C’è nel poeta Piersanti questa obbedienza alla vita, al tralucere dell’ampio cerchio della vita nel minimo di un fiore, di una umana esistenza. Si tratta di seguire i segni, di lasciarsi portare da essi: «pastore, tu componi / canti, tu solo sai / l’ebbrezza del falco / che si tuffa, / lo stupore del fiordaliso / nel grano-onda, / tu solo vedi / brune e scalze ragazze/dei tempi andati / inoltrarsi tra i rami / per l’eterno, / questi sono i tuoi doni» 21.
Le parole poetiche di Piersanti così sono parole-simbolo, parole-emblemi nelle quali il lato mitico delle cose si esplicita, in una identità di significante e significato, secondo una tradizione anzitutto pascoliana.
È vero tuttavia che, come è stato notato 22, mentre in Pascoli si ha una nominazione che tende all’indefinitezza, all’allusività, qui c’è sempre tattilità, un’evidenza, una chiarezza, un porre in rilievo. La nominazione mitizzante in Piersanti infatti realizza la presenza del nominato, così che « fiori, piante, persino erbe nella sua poesia acquistano valore per la loro stessa presenza, e per la presentazione precisa fino all’estremo» 23.
In questo senso la parola “scotano” ad esempio di Piersanti non indica solo un arbusto, ma una pianta mitica che fa parte di un tessuto nascosto di simboli: lo “scotano” infatti “che avvampa nelle foglie” indica una certa «torcia che arde / e mai si spegne»24, una luce inerente alla Terra, quale fondamento non solo biologico, ma anche etico.
La stessa musicalità del verso di Piersanti – melodia fondamentalmente endecasillabica, per quanta franta e assimetrica, ricca di allitterazioni e assonanze, rime – tende a provocare, spostare verso un rithmos altro, una numerazione cioè altra dal tempo ordinario 25. Un ritmo che riecheggia un canto epico-lirico, come una memoria antica, popolare, un dettato che si tramanda: «tempo, tempo che non ti fermi / e non conosci un luogo, / un luogo solo / dove sostare, / fermati qui sul monte / sta’ a guardare» 26.
Nel tempo che precede, il poeta ci conduce nel cerchio del tempo dove le cose sono nell’ “altro rapporto”, come direbbe Rilke, nel rapporto mitico appunto. Un luogo dove i dolori ci sono ma trascorrono fugaci: come in definitiva una salvezza che cade. Qui ci viene offerta la possibilità di trovare infatti un contenimento della caducità, del “deperimento”, con una passaggio al bosco, rispetto anche alla Zivilisation, al suo disegno di “totale pianificazione” 27.
«Sii sempre morto in Euridice –, innalzati cantando, / e, celebrando, innalzati di nuovo dentro al rapporto puro». Cantano così alcuni versi dei Sonetti ad Orfeo di Rilke.
Anche Piersanti conosce come il canto possa convertire la caducità nella durata di una diversa esistenza, di un tempo differente: «ma c’erano quei fiori di febbraio / i favagelli gialli, le margherite / e poi le foglie lievi, pieghettate / che tanto rassomigliano alle stelle / alle povere stelle, di cartone / il miglior tempo è quello / che precede» 28.

PICCOLA ANTOLOGIA

Allora tu parlavi dalle valli
che tempo è stato,
madre, così lontano e perso che il sogno non l’uguaglia,
certo fu prima, prima della Storia, d’ogni casa e memoria, stavi sulla cima del greppo e scende il grano verde fino al fosso colmo di cespi e vento,
eri
alta come una quercia,
snella come la canna
che sopra tutte s’alza
al Fontanino,
le altre donne distanti,
sui confini,
piccine come noci
sotto la pianta,
trapassano le voci
cieli e macchie,
allora tu parlavi
dalle valli
mai ci sarà una luce
così intensa, come sulla spagnara
azzurra, verso sera,
e i colori d’allora,
lupino rosso, la veccia
viola, il caprifoglio
arancio che fa l’aria
buona
sono muti al fanciullo
quei colori,
coi quadrati di carta
mi dispero,
rispondi sempre giallo
e guardi altrove,
che il tuo giallo sia
come il sole,
che nutre dentro il nucleo
gli altri colori

Prima metà di giugno 1997

L’osteria del mare

quell’osteria, madre,
in quale vicolo persa,
laggiù sul mare?
madre, giovane madre,
fu la nostra vacanza,
la sola forse,
allora non usava,
e quei fischioni rossi
con foglie verdi
mai ne ho trovato altri
così perfetti
e l’azzurro d’intorno
ci cerchiava,
ci ubriacava la luce
sulla panca

sono sceso alla costa
l’ho cercata,
ma il tempo muta
e le strade e le case,
cambia perfino l’aria

era l’aria allora
così diversa
io la solcavo
stretto alla tua mano,
la tua veste leggera che risplende
contro l’Ardizio
verde come il fosso
dove fatica la gente
del mio sangue
io quei giorni
me li porto dentro,
il cammino mi fanno
più leggero.

Ottobre 1997

L’antica casa

su per la Rupe dove stava
il drago, saliva la sorella
nella genga, il vento di febbraio
che la percuote

era il vento freddo
di quegli anni, punge
tra le scintille, nel camino
d’un’altra casa, dopo che son nato,
la madre che racconta,
mi fischia intorno

ma c’erano quei fiori di febbraio
i favagelli gialli, le margherite
e poi le foglie lievi, pieghettate
che tanto rassomigliano alle stelle
alle povere stelle, di cartone
il miglior tempo è quello
che precede

e torna il padre stanco
dalla Fornace
racconta della guerra
che s’avvicina
mangiano grugni amari
un’erba buona

dopo in terre lontane
te n’andavi e t’aspettano i tuoi
in altra casa

d’un tempo che precede
ho nostalgia

Gennaio z000

Jacopo dentro l’acqua

e come stai nell’acqua,
nuotare è un’altra cosa,
tu ci cammini dentro
e ti ci muovi
come un queto animale
dei miei fossi,
la verde raganella,
il lento granchio,
fluttuano i tuoi capelli
come al fauno,
fauno-fanciullo mite
e innocente

ti circondano i monti
e viene sera,
la madre chiusa
e stretta sulla riva,
io che ti chiamo
e urlo,
ma tu non temi
il freddo,
non temi il buio,
gli altri son tutti qui
nascosti dentro i teli,
tu rimani nel lago,
solo, riverso
con la faccia al cielo

guardo spesso il tuo volto
dentro l’acqua,
ogni piega si scioglie
e rasserena,
un’altra storia narra,
un’altra vita,
la tua che ti spetta
fuori del male

Luglio 2000

Note

1. ROBERTO GALAVERNI, Dopo la poesia, Fazi, Roma 2002, p. 163.
2. Ibidem
3. «Esce la fata fuori dalla corteccia / Silvia l’incantatrice lì dimora» (PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 9).
4. Cfr. ROBERTO CARIFI, Tra storia e memoria, “I Quaderni del Battello Ebbro”, 22 giugno 1999, pp. 25-26.
5. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 89.
6. Ivi, p. 119.
7. Ivi, pp. 122-123.
8. Ivi, p. 140
9. UMBERTO PIERSANTI, I luoghi persi, Einaudi, Torino 1994, p. Io.
10. PAOLO LAGAllI, Vertigo, L’ansia moderna del tempo, Rosellina Archinto, Milano 2002.
11. Ivi, p. 19.
12. Ivi, p. 66.
13. PAOLO LAGAllI, Il clavicembalo dei sogni, “I Quaderni del Battello Ebbro”, 22 giugno 1999, p. 31.
14. Verso che ricorda quello famosissimo di Francois Villon: «Mais ou sont les neiges d’antan?». E ciò sia osservato proprio nell’intento di cogliere nel paesaggio di Piersanti qualcosa che attiene ad una riffigurazione, ad una visione che de-localizza i luoghi, proprio mentre li valorizza come radici esistenziali.
Per questa operazione profondamente poetica di Piersanti e per una poetica generale dei luoghi rinvio al saggio di ROBERTO GALAVERNI Dopo la poesia, cit.
15. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 14o-141.
16. Ivi, p. 109.
17. Ivi, p. 138.
18. Ivi, p. 144.
19. Quante volte ci s’imbatte, nel lessico piersantiano, in verbi che esprimono l’idea d’essere conglobati in una totalità: «Ti circondano i monti / e viene sera, il bosco che la vitalba chiude / e cinge intorno, la serpe è quest’angoscia / che t’avvolge, ma vien fuori una bruma / nera e spessa, / sale da tutti i campi / esce dai fossi, / lo cerchia tutt’attorno, / copre il cielo…». Giovanni Tesio a proposito di questo linguaggio circoscrivente: «non ci libera da una coazione che è prima di tutto psichica» (GIOVANNI TESIO, Il sentimento di una perdita, in “I Quaderni del Battello Ebbro”, 22 giugno 1999, p. 35); e ancora: «Entro lo scorrere del continuum la ripetizione ciclica è un girotondo di stagioni che vengono colte per lo più nei momenti di trapasso, lungo un varco che però non garantisce mai la direzione» (TESIO, Il sentimento cit., p. 36).
20. «Tutto il mondo è le Cesane, dunque. O meglio ancora: le Cesane possono diventare tanto vaste da comprendere in sé il mondo» (BIANCA GARAVELLI, La voce poetica di un popolo di ombre, “I Quaderni del Battello Ebbro”, n. 22, giugno 1999, p. 29).
21. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 24. Versi somiglianti a certi di Pavese: «verso quelle colline, potremo incontrar per le vigne / qualche scura ragazza, annerita di sole».
22. GALAVERNI, Dopo la poesia cit., pp. 167-168.
23. Ivi, p. 27.
24. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 68.
25. «forse tutto, nella natura vera del mondo, è già ritmo, e l’atto poetico non sarebbe altro che il riconoscimento di ciò che la storia (questa forma irrigidita del caos) ci porta brutalmente a disconoscere» (LAGAllI, Il clavicembalo cit., p. 3o).
26. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 127.
27. CARIFI, Tra storia e memoria cit., p. 25.
28. PIERSANTI, Nel tempo cit., p. 119.