2005 QdB – È un altrove che chiama

MARCO MARANGONI
Note in margine a G. Zoppelli,
Stella di giorno, Mobydick, Faenza 2003.

Il nome pronunciato è un altrove
che ci chiama
GIUSEPPE ZOPPELLI

Il titolo sereniano Stella di giorno trova un esplicito commento in una citazione dí Sereni, posta in exergo: «Guidami tu, stella variabile, finché puoi…». Un exergo emblematico di una certa condizione dell’esistenza e della scrittura, che si potrebbe riassumere con le stesse parole che Sereni usò per chiarire lo sfondo originativo del suo Stella variabile: “coscienza di una condizione dimidiata e infelice” e “ipotesi di una vita diversa”.
Ora è proprio questo contrasto anche il tema centrale del libro di Zoppelli; che riprende così anche i motivi forti del libro precedente: «Ho come / memoria // d’un volo nativo // nostalgia / di / futuro>> 1.
In Stella di giorno ora leggiamo: «Gelo e rovine l’angelo ancora ha innanzi a sé» 2.
E si noti il gioco poetico per cui il contrastare dell’angelo al gelo è esaltato anche semanticamente: angelo infatti contiene, sia pur senza alcun nesso filologico, la parola gelo.
La stella di giorno è dunque come l’angelo una “luce” che illumina e mostra il gelo, e proprio così lo respinge. Delle cose questo angelo dice: «sono cose scontornate dissolvenza / quello che sempre più mi resta» 3. Tra l’altro, sono di stampo sereniamo il motivo e la tecnica della dissolvenza: «Improvvisa ci coglie la sera. / Più non sai / dove il lago finisca» (da Frontiera).
Ma tornando a Zoppelli: «o infinita infermità un male in sé-di sé / profusamente compiuto in un punto dell’anno?» 4.
Oppure: «Perché sempre a me resta / un grumo di sale insolubile / in fondo al pianto?» 5.
Dunque in contrasto col gelo e la rovina della storia, apprendiamo un’esigenza di Senso che non si dimette mai, persistente, che ci fa sentire come in Benjamin, o in Montale, in disarmonia: in uno stato di non compiacenza col mondo; in uno stupore straniante, quale scaturigine dello scrivere: «piove perché l’assenza / è universale”, scriveva Montale in Satura. E Zoppelli: «il nome pronunciato è un altrove che ci chiama» 6, « che eterno è quello che non c’è / o ciò che perituro non è più» 7.
Di questo senso di disarmonia, di estraneazione dicono anche i versi: «Sa il mare che nave lo solca? La sente su di sé e va incurante / o la porta esso incosciente / al suo porto sull’onda?» 8.
Il sogno della scrittura ha come condizione il senso di una separatezza dal mondo: « A volte non levo nel sonno le lenti / per meglio vedere nei sogni» 9.
La separatezza si coniuga con la nostalgia per un Sensoin-esilio ossia con un’utopia negativa (Bloch, Adorno, Benjamin 10).
Di qui il tema caro a Zoppelli del frammento, memore
di ciò di cui esso è appunto frammento; memore come lo può essere il simbolo che rimanda a un lato ignoto, invisibile; o come lo può una allegoria vuota. In ciò il frammento viene ad assumere un significato positivo e diverso dal “frantume 11 nel quale invece l’Autore sembra tra l’altro riconoscere la cifra di tanti aspetti del postmoderno.
Emblematica allora la poesia che è una metapoesia del frammento: «Le cose hanno un loro spartito / eseguono un loro spettro di suoni / m’impartiscono lezioni di silenzio»12.
Ed ecco il sentimento di frammentarietà dell’io, o non io, lirico, ecco la nostalgia verso un passato immemoriale che paradossalmente è anticipazione di un futuro senza volto, ignoto. Nostalgia che è “obbedienza” a un totalmente Altro: «Indire uno sguardo da nessun luogo a me», si leggeva in Frammenti 13. Ora in Stella di giorno: «Nell’aria è rimasto un qualche candore / d’ali in fuga» 14.
L’Altro di questo desiderio non è possibile come organico completamento della storia, ma come distacco da essa.
C’è l’attenzione quindi all’istante, sottratto al tempo omogeneo del decorso storico. E l’istante dovrebbe essere proprio quel taglio netto, quell’arresto messianico, quale soffermarsi estatico presso l’infinita desolazione della storia.

L’istante o l’arresto messianico si mostra nella poesia di Zoppelli nello spirare del vento che è anche simbolo dell’ispirazione poetica: «Forse un vento d’oltreterre / ora t’ingolfa / le vele delle palpebre // a salpare» 15.
Il vento, immagine del passaggio tra il noto e l’ignoto, tra le nostre terre e l’oltre-confine, non può non ritornare a proposito dei morti: «gli occhi spillati al vento / come acini d’erbaluce» 16. Il vento inoltre, come nel verso appena letto, si combina significativamente con la luce, l’altra immagine-fulcro di Zoppelli: «Dire la luce / e in sott’ordine il vento» 17; «ancora non comprendo se vento luminoso / o luce ventata sia che a tratti investe / d’inverno questa fosca subalpina città» 18.
La neve è il terzo elemento, in qualche modo apparentato agli altri due nominati, che colpisce per il suo preciso e organico significato simbolico: simbolo positivo, opposto al gelo.
Soffermandosi presso l’angolo di un cortile in inverno, il poeta dice con stupore di una galaverna che cresce fitta in certe “notti sottozero” fino a sembrare “neve” e neve come’in un canto lucifugo” del cuore 19.
Analogamente, in una poesia pietosa per un morto di guerra: «natura
pietosamente dispone un suo sudario / la neve si posa come labbra della buonanotte» 20.
Il linguaggio in cui si raccoglie questo universo di simboli è nettamente lirico. Una lirica come può essere quella che fin qui siamo venuti rintracciando, una lirica per frammenti di un canto non pieno: “canto insolubile”21. Di un canto comunque si tratta, in cui troviamo quasi tutti i modi retorici utili a manomettere i rapporti normali tra significante e significato, ma dove difficilmente si trova la metafora: spia questo certo di una poetica dell’assenza più che della presenza, o meglio della ricerca di mantenere il gesto poetico entro una soglia etica di forte criticità.

PICCOLA ANTOLOGIA

Gelo e rovine l’angelo ancora ha innanzi a sé

Gelo e rovine l’angelo ancora ha innanzi a sé

— e il vento del futuro alle spalle -
ma dimmi quale buon uso farne
anche solo vi fosse davanti vento
o se verremo alla luce mai
ma con gli scavi di quando.

Le cose hanno un loro spartito

Le cose hanno un loro spartito
eseguono un loro spettro di suoni
m’impartiscono lezioni di silenzio.
Sa il mare che nave lo solca?

Sa il mare che nave lo solca?
La sente su di sé e va incurante
o la porta esso incosciente
al suo porto sull’onda?

Vi è un angolo di cortile interno dove l’inverno

Vi è un angolo di cortile interno dove l’inverno
sempre in ombra di tetti e fra garage in affitto
cresce fitta una galaverna che sembra neve
nelle notti sottozero interi mesi lentamente
come in un canto lucifugo del mio cuore
mentre ti lievita un pane nel ventre.

Note

I. GIUSEPPE ZOPPELLI, Frammenti di un mondo probabile, Campanotto, Udin, 1992, P. 46.
2. GIUSEPPE ZOPPELLI, Stella di giorno, Mobydick, Faenza 2003, p. 9.
3. Ivi, p. 72.
4. Ivi, p. 52.
5. Ivi, p. 67.
6. Ivi, p. 7o.
7. Ivi, p. 78.
8. Ivi, p. 19.
9. Ivi, p. 27.

1o. Cito filosofi che sono stati punti di riferimento fondamentali per la formazione di Zoppelli.
11 Nella citazione che precede la prima sezione di Stella di giorno si legge: «i frantumi è dopo, / i frammenti è prima» (Socrate).
12 . ZOPPELLI, Stella di giorno cit., p. 18.
13. Ivi, p. 102.
14. Ivi, p. Io.
15. Ivi, p. 14.
16. Ivi, p. 28.
17. Ivi, p. 51.
18. Ivi, P. 54.
19. Ivi, p. 23.
20. Ivi, p. 38.
21. Ivi, p. 7o.