2004 QdB – Sensosuono

Sensosuono 2003

Primo festival della poesia e della musica

MARCO MARANGONI

 

Note in margine a New Arabian Nights 1 , concerto per voce e strumenti di Roberto Mussapi (poeta), e dei Kalenda do Sol (musicisti)

 

A te, lontano da lei, manca una donna,
a me, se lei non c’è, manca me stesso.
la parola salva la vita ma la donna l’accende

ROBERTO MUSSAPI

 La Biblioteca Civica di Pordenone ha promosso e inaugurato nel 2003 Sensosuono, il festival nazionale che intende esaltare il meglio della ricer­ca poetica e musicale, proprio a partire da quel confine in cui le due discipline traggono la loro origine prima: la stretta relazione tra il suono e il senso tra una certa forma e un certo contenuto.

Poesia e musica davvero avendo questa matrice in comune hanno dato luogo nella tradizione europea più vicina, dell’Ottocento e del Nove­cento, a importanti opere, ora sotto la forma del Melologo, ora sotto quel­la del Lied. Da Rousseau fino a Boulez, se ne sono occupati (solo per cita­ne i più noti) Beethoven, Mendelsshon, Schumann, Bizet, Cherubini, Milhaud, Honneger, Stravinskij, Walton, Schonberg. Mozart scrisse al padre alcune lettere entusiastiche per i melologhi di Benda. Avrebbe volu­to comporne anche lui, ma le vicende lo portarono in altre direzioni. Di Stravinskij ricordiamo almeno la collaborazione con Auden («La più grande mente del XX secolo», Josif Brodskij): The Rake’s Progress (1 95 1 ), opera in tre atti su libretto di C. Kallman e W. Auden.

Se la sperimentazione del dialogo poetico-musicale ha sempre in qualche modo interessato poeti e musicisti, si è anche espanso coinvolgendo, nel segno di una integrale sinestetica  percezione, le espressioni figurative: quali recenti esempi in questa direzione, soprattutto nell’interazione con la poesia valgano i lavori di Biagio Pancino e di Marco Nereo Rotelli.

 A proposito di Rotelli, autore del logo di Sensosuono (la riconoscibile freccia sinuosa che collega contemporaneamente percorsi in direzione anche opposte), va ricordato l’intenso impegno nella ricerca di un’arte aperta al confronto, nell’intersezione letterale e allegorica dei segni. E tuttavia di un’arte così aperta al confronto c’è più bisogno di quanto forse si creda, se Mario Luzi ha scritto: «Ricordo che quando ero giovane l’interesse reciproco fra artisti della parola o del suono o dell’immagine era fortissimo, un nesso inestricabile. Dopo un certo momento c’è stata invece una separazione innaturale. Ogni arte ha cercato di spingersi un po’ ciecamente nel suo particolare, in quello che la distingue in quanto tale nei suoi mezzi e nei suoi strumenti specifici. Quindi non c’è stato più rapporto fra le arti neanche interesse formativo.

Questo ravvicinamento tra musica e parola, tra pittura e poesia è un dato che oggi si può rilevare con una certa obiettività, è un dato auspicabile…» 2.

Non da ultimo va ricordato il valore etico e simbolico che Sensosuono riconosce ai Comuni aderenti al progetto del festival. Ogni Comune infatti ospitante e organizzatore si fa diretto committente di un’opera che, anche quando non sia inedita, nel momento esecutivo-interpretativo accade sempre per la prima volta, e come un linguaggio che libera e potenzia la comunicazione sociale. Il concerto-reading New Arabian Nights 3, avvenuto all’interno del Primo festival della poesia e della musica Sensosuono 2003, ha offerto davvero, secondo il progetto del festival una interazione tra musica e poesia, nella quale entrambe le arti, raramente fondendosi hanno dialogato a partire da una loro autonomia espressiva. Al tono alto a un tempo narrativo, epico, dei testi di Mussapi si è accompagnata la musica del gruppo strumentale in modo organico, ora facendo da sfondo, ora lasciando il testo letterario da solo, alonato di silenzio, ora liberando si a sua volta dal testo letterario, in una sequenza di ritmi e modulazioni autonome. E circa l’autentica intenzione melologica, tra Mussapi e Kalenda do Sol – ossia tra il poeta e i musicisti – può valere una dichiarazione stessa di Mussapi, parlando dell’incontro con Teo Ciavarella 4 e il suo gruppo: «io sentii la loro musica, poi ho tentato un amalgama, scegliendo, tra le mie poesie, quelle di ambientazione mediterranea».

La musica con cui Mussapi ha avvertito la sintonia era quella che affiora dall’intreccio della formazione jazzistica di Teo Ciavarella – tastiere – e di quella etnico-mediterranea di Flavio Piscopo 5 – percussioni.

Il nucleo musicale è quello che ha come base il jazz, ma di un orientamento evocato anche dalla formula grafica della copertina del libretto di New Arabian Nights, a cura di Teresa Maresca. La copertina ricorda infatti esplicitamente la copertina di un famoso disco di Miles Davis. Miles Davis è nome che si accompagna almeno ad altri grandi protagonisti come John Coltrane e Gil Evans. Si tratta di un jazz lontano dai toni impetuosi e squillanti, tendendo invece ad una leggerezza che modera o annulla il vibrato, e riesce colmo di drammaticità e pathos.

L’atmosfera ovattata e diafana, e la scintillante coloritura orchestrale complessiva di questa tradizione ritroviamo anche nella performance dei Kalenda do Sol. Si aggiunga poi il contributo di Flavio Piscopo, che formatosi nell’area di Pino Daniele partecipa da anni ad esperienze di commistione tra blues, jazz, etnica mediterranea.

L’atmosfera creata da Mussapi e i Kalenda do Sol ha affascinato la platea come un sogno mediterraneo e orientale, insieme ad artisti come, ad esempio, Alan King evocando un paesaggio fisico e culturale, intriso di una luce inaudita, più originaria…

Il titolo New Arabian Nights, infatti, se «da un lato evoca la notte e il jazz (…) dall’altro non significa solo “notti arabe”, ma è anche la traduzione anglosassone di I Racconti delle mille e una notte» (Mussapi).

Uno srotolarsi lirico-narrativo illumina ora la terra delle oasi e del deserto, ora della civiltà italico-romana ricca e colta, attraversata dall’inquietudine della felicità sempre cercata e mai riducibile alla risposta, forse troppo semplice, del paganesimo. Ma lo scenario dell’opera si sposta ancora, nel suo svolgimento, introducendo nell’oriente più lontano e mitico, quello dei viaggi di Marco Polo; anche qui in un’ottica di retrospezione critica, di rifacimento mitico-poetico, di storia rivista attraverso la lente di un amore, di un ardore, di una donna che parla, che racconta i profondi motivi del viaggio di Marco e del suo «non ritorno».

La notte col suo buio illuminato dalle stelle, dalle fiaccole e dalle veglie è forse il tempo simbolico/allegorico fondamentale dei testi di New Arabian Nights.

«Una notte in cui l’azzurro era più intenso», così inizia il primo verso del primo testo letto.

Alla notte astronomica si accompagna la notte spirituale del poeta Harun e del principe Omar. Entrambi innamorati, infelici, dialogano sui motivi dell’assenza che li addolora in sensi diversi per una donna.

Ma è intorno a questa differenza di attese e di risposte che si gioca in fondo l’intera Suite, sia pure con altri protagonisti, altre situazioni e altri luoghi.

Ad Harun, mancandogli una donna e basta, quando lei non c’è, man­ca solo una donna appunto; al poeta Omar invece, lacerato dall’assenza di una figura femminile, che sembra piuttosto l’ospite invisibile dell’anima, manca l’energia che fa essere integralmente, e che nessuna presenza ter­rena può valere quale parte mancante di una restitutio ad integrum 7.

«A te – dice con voce accorata e al contempo tagliente Mussapi, nel­la lettura – lontano da lei, manca una donna, / a me, se lei non c’è, man­ca me stesso» 8.

La notte dunque della luna e delle torce è la notte dei dialoghi sul­l’Assenza, e sul Desiderio.

Così la felicità, meta interrogata dal cammino della saggezza, trova nella poesia La felicità la sua definizione intonata:

Non dove la cercavi, signore nelle notti del deserto
quando le stelle d’oro brillano sui lapislazzuli del cielo [...]
non nell’oasi azzurra e ruscellante,
nelle foglie [...]
nell’acqua [...]
non nel tramonto che incendia di porpora il golfo
quando il sole lacera le vele d’oro e batte sull’acqua:
quella non fu felicità, fu bellezza

[...]

No, fu nel suo volto che si specchiava per bere,
nel lampo improvviso degli occhi in quella pozza,
in quell’interruzione del respiro che è il suo riso
e rende eterno il fiato che la anima,
[...] la bellezza
quando un respiro umano la smaglia e fa propria
[...] non l’incanto del miraggio,
ma la realtà nuda della sua presenza.

L’oriente dell’anima di Mussapi trova il suo nucleo cristiano esplicito quando in Il racconto che udì Luca si ascolta:

Sono uno che ha visto, un testimone.
Ho molto viaggiato, percepito sorgenti
placare le piaghe di sudore e sabbia,
conosco paesi e luoghi azzurri e lontani,
ho letto i versi dei filosofi iranici

e seguito con le pupille le rotte del cielo,
ma ho anche spiato, vicino, non visto,
ho vissuto.

[...]

Non rinnego quei voli e la bellezza siderale,
non rinnego l’uscita dal tempo degli indiani

o il semplice prodigio dell’erba nel mattino,
perché il viaggio per l’anima conosce molti cammini,
e un’unica luce ci calamita,
e ci affratella un unico dolore.

Ma ho conosciuto un fatto nuovo e inaudito
che rende simile ai fachiri i saggi indiani
e disperata acrobazia il volo dello sciamano,
quando lo vidi tra la terra e il cielo, inoffensivo.
[.. .]

Questo fu il vero miracolo, l’accettazione
della morte, l’amore 10

Se è vero che il messaggio rivelato può darsi in modo anche indiretto i in modo cifrato, per strade diverse”, è così che Mussapi indaga nel fervore conoscitivo di Plinio, e proprio mentre questi, prima di morire, getta l’ultimo suo sguardo sul mondo – uno sguardo che pare davvero sbal zato sul rilievo della storia dallo scalpello della poesia.

Ed è uno sguardo che incontra una donna e insieme un senso nuovo fino ad allora incompreso: un senso che sposta il baricentro del sapere dello scienziato, dall’oggettività freddamente curiosa del mondo, alla priorità dell’etica, anche come via metafisica.

Negli ultimi istanti di Plinio, c’è questo incontro con una donna, ossia un Volto: lei-misura, lei-baluginante a introdurre una nuova esperienza una ri-lettura del mondo.

E anche qui il contrasto estetico è tra la notte e il Vesuvio in eruzione, dei lapilli e dei loro riflessi sul mare: è il contrasto tra la notte del mondo e il divenir fuoco di un’anima:

So quanto direte di me, l’amore
per la scienza e il furore della testimonianza,
lo slancio all’invisibile che erompe nel visibile: è vero, ma non è tutto.

C’è anche altro, il mio segreto,

la mia estrema esperienza:

che quella lava incandescente e cangiante
che mi portava via dalla vita e dal tempo
la riconobbi: bruciava in me da sempre,

e ne cercavo la prova e l’immagine esterna,
e non mi portò via quel fuoco,

mi ricondusse in me stesso,

mentre voltato guardai ancora i forni,

la basilica, il tempio, il macello,

la piscina, il vinaio, la strada del postribolo,

il cuore della città e della mia vita terrena

tutto delimitato dal peristilio del foro

che ora svaniva come le mie pupille

sfocando nel vapore di un caldo irresistibile,

i limiti della città e il cerchio degli occhi.

E ricordai con quelli della mente

la stanza dalle pareti rosse come murice,

le aragoste e i pesci dipinti,

la vasca, le lamprede, l’acqua inclusa nei marmi,

e la mia vita e lei, nel buio,

mentre spezzava il pane dopo il pasto

giocando con le briciole e rideva,

lei a cui io non ho mai saputo rendere

né con le parole né con il corpo

il fuoco, la vampa lacerante, la pienezza

che lei mi dispensava senza saperlo.

Questo trovai, quel fuoco acceso da una donna
che oscura anche il bianco dei sogni magici,
e piega e azzoppa i versi di Virgilio:
la parola salva la vita ma la donna l’accende 12.

Seguendo il filo archetipico degli elementi primordiali, più presenti ella scelta dei testi letti nella performance, oltre al fuoco incontriamo nello insistente dell’acqua.

L’acqua compare sia nel significato negativo, quale causa di naufragi-annegamento, sia positivo, nel senso di un mezzo-via di un viaggio iniziatico. E soprattutto due sono le liriche che emblematicamente hanno al ceatro l’elemento dell’acqua.

In ordine di sequenza, la prima è Le parole del tuffatore di Paestum. Qui riprende esplicitamente il mito iniziatico, che offre le condizioni di un dialogo con l’anima del padre – il tuffatore – che sta viaggiando a nuoto, attraverso le acque di un fondo d’abisso, portato da una corrente d’amore:

Scivolo verso un fondo sempre più distante

e sento che una luce sommersa mi chiama da oriente:
non so dove finisca, per ora,

non so che cosa sia ma so che amore

la muove e ne determina il respiro.

[...]

e io, anima di tuo padre, il tuffatore,

t i consegno solo questa esperita certezza
(dal fondo dell’abisso, nel brivido del tuffo):
che anche l’uomo può amare eternamente 13.

La seconda lirica è La Veneziana, incentrata nello struggente e disperato amore che Mussapi ha immaginato tra una ragazza della città lagunare e quel ragazzo che diventerà suo malgrado il famoso viaggiatore. veneziano, nonché autore del Milione.

Maddalena è il nome della ragazza. Con Marco condivide sogni    progetti importanti. Ma affoga in laguna mentre Marco cerca inutilmente      e di salvarla.

È così che Maddalena diventa la ragazza perduta di Marco, il tesoro che Marco ha perduto, e che forse doveva perdere, per mettersi In viaggio, per ritrovarlo 14 chissà come, chissà quando.

In questa allegoria, Marco si mette appunto in viaggio.

Ed il sapere di questo viaggio e di questa allegoria è custodito nel vetre-urna dell’acqua, nel suo fondo, nel suo mondo di-sotto, nel suo elemento primordiale positivo e negativo al tempo stesso:

se guardi in quest’urna ferma e muta

e intoni il tuo orecchio al mormorio,

alla mia voce che sussurra dal fondo,

conoscerai la nostra vera storia:

[...] io sono il

segreto del Milione

e la ragione della sua partenza,

del suo percorrere distanze infinite

poiché gli era sfuggita quella di una mano

affondata nell’acqua, appena sfiorata…

Per me partì e volle andare lontano,

io sono il suo principio e la sua fine,

come lo è in ogni avventura l’amore 15.

Degli elementi archetipici è certamente il fuoco comunque ,che  pondera, nel suo vasto spettro di significato. Ed è con la simbolica del fuoco che alla fine la lettura di Mussapi si congeda.

In La notte del dieci agosto infatti, c’è il poeta Omar che consiglia saggiamente Harun, il suo signore, a non rattristarsi, come invece sta facendo, nel vedere alcune stelle cadere e spegnersi.

Quasi in un dialogo di Mussapi con Pascoli, come all’inizio abbiamo  assistito ad un quasi dialogo tra Mussapi e Petrarca, qui l’invito e a non  cadere nel pessimismo, considerando il fenomeno delle stelle cadenti della caducità – un linguaggio allusivo, da decifrare nel senso del mistero dell’incarnazione:

se fossero sempre fisse e immutabili ti sarebbero estranee,

e il loro splendore immobile offenderebbe la tua carne.

Immagina che scendano per una compassione celeste,

incarnazione d’astri che si disfanno in polvere 16.

E la polvere – quindi la dissolvenza – è un elemento ulteriore, forse il più problematico, in un contesto interpretativo dinamico e sublime del­l’essere, contesto in cui la polvere è sì l’altro dal cielo, ma misteriosamen­te legata al disegno amoroso, compassionevole di quello:

ricorda la storia del beduino Habib che si innamorò di una lucciola

e          visse ogni istante della sua luce guardandola,

e          disperò vedendola morire in una notte.

Ma dopo anni di pianto nel gelo del deserto

una notte all’improvviso lui la rivide

risplendere alta in una stella fissa 17.

Nello sviluppo di questa conversazione, il poeta Omar dice ancora ad Harun: così come accadde al beduino, qualcosa di simile potrà accadere anche a te, cioè di disperarti per la dipartita dell’unico bene, che appunto essendoci accende d’amore un uomo, e sottraendosi lo getta nella disperazione: della donna che ami. Ebbene allora, per allora:

Impara dal beduino, amala come si ama una lucciola,

donati a ogni suo istante di sopravvivenza,

e  quando lei ti parrà persa nella notte

tu nei suoi occhi scoprirai di colpo

la luce alta delle stelle fisse,

e in lei che parve dissolversi ín una notte di agosto

l’affinità mortale con te che la supplichi 18.

Note

1. Il titolo del concerto-reading è quello del libro, accompagnato da CD: ROBERTO MUSSAPI, New Arabian Nights, I Quaderni del Battello Ebbro – L’Albatro Edizioni, Por­retta Terme 2001.

2. MARIO Luzi, in MARCO NEREO ROTELLI, Scolpire la pietra, IX Biennale di scul­tura città di Carrara, Convegno Edizioni, Cremona 2003, p. 13.

3. I testi della lettura New Arabian Nights, e contenuti nell’omonimo libretto già citato sono i seguenti: La risposta del poeta ad Harun Al Rashid, La felicità,

Il racconto che udì Luca, Parole di Plinio dal vulcano in fiamme, Natale, Paris,Texas, La notte del 10 Agosto, che sono tratte dal volume La polvere e il fuoco, Mondadori, Milano 1997. Parole del tuffatore di Paestum e La veneziana sono qui pubblicate per la prima volta.

4. Teo Ciavarella – per l’ampia bio-bibliografia, vedi www.teociavarella.it è musicista con oltre una cinquantina di CD incisi; affianca all’attività creativa quella di promozione e direzione musicale. Ha fondato e dirige la Dams Jazz Orchestra «che spazia dagli standard del Jazz (…) ai classici dello Swing anni ’3o, ’40, fino ad includere e brani  del repertorio Jazz moderno e contemporaneo» (www.damsjazzorechestra.it).

5. Percussionista napoletano proveniente dalla “fucina” di talenti creatasi attorno alla casa discografica di Pino Daniele, ha collaborato con cantanti come Enzo Gragnaniello, Joe Amoruso, Mia Martini, Roberto Murolo. Ha suonato con percussionisti di fama mondiale come Dom Um Romao, Nana Vasconcelos, e con musicisti come Aliphonso Johnson, Walfredo Reyes, James Thompson, Mike Stern, Bob Berg, Teo Ciavarella.

6.  Come una Siringa (Sirinx), una ninfa-canna quasi oscillante e dicente, col timbro misto di terra e acqua, direi, è questa voce femminile; similitudine suggerita da Mussapi stesso, che in una amichevole conversazione, raccontava di aver ricevuto l’impulso creativo a scrivere di quell’amore tra Marco e la veneziana, passeggiando per le calli di Venezia, e ascoltando lo sciacquio evocativo dell’acqua dei canali lungo le pietre, le alghe, i molluschi, i ponti e le fondamenta.

7. Infatti Mussapi fa dire a Omar con il linguaggio di Petrarca, ma rovesciandone il senso autotelico: «la mia arte è uno spasimo senza oggetto» (Mussapi, New Arabian Nights cit., p. 6).

8. Ivi, p. 6.

9. Ivi, pp. 7-8. D’ora in poi le parentesi sospensive, che compaiono in corsivo, sono nostre.

10. Ivi, pp. 9-10.

11. «perché il viaggio per l’anima conosce molti cammini» (Mussapi, New Arabian nights cit., p.10).

12. Ivi, pp. 14-15.

13. Ivi pp. 18-19.

14. Per il tema della ricerca alchemica dell’oro in Mussapi, si veda: Roberto MUSSAPI , L’avventura della poesia, Jaka Book, Milano 2002, in particolare pp. 15 – 26.

15. MUSSAPI, New Arabian nights cit., p.28.

16. Ivi, p. 32.

17. Ivi, p. 32.

18. Ivi, p. 33.