2000 Introduzione a Ciacarada …

Ciacarada Ta ‘Na Lus Verda

Un con-versare come disposizione a quel darsi, gli uni agli altri, la parola.
“Parola”, e non “termine”, quale far-segno, nel linguaggio, ad una luce che irradia “ogni verde” da un centro es-senziale: “lus verda”.
Con-versare in direzione di una profondità, nello spa¬zio e nel tempo; in direzione di un mistero come limpida profondità:
“frus ch’a s’ciampin
da la realtat penza,
e a fan nassi siùns,
a iu mudin in aghis netis”.
Con-versare come pervenire ad un paesaggio visionario, in cui alle cose, agli animali, agli uomini è stata tolta la fissità, la luce dell’apparenza: che fa tutto troppo facilmente chiaro, “alla mano”. Oltre questo velo troppo lumi-noso, c’è invece il paesaggio di ponticelli di legno marcito, materie porose, acque affioranti, fanghiglie (nelle qua¬li c’è un’eco della materia prima: la creta biblica, oppure la 91e dei Greci).
La poesia di Vit enuncia un mondo in “immersione”, il gioco di pesi in sospensione-galleggiamento
(“Nodant uchì sot”;

“tornà a gala, intant che’l mont
a si dismintia di vei seit”),
che quasi vincono la gravità.

Ciò che innesca il moto orante, l’ac-cordo con le profondità (“Cassù, sintissi tal font”) e poi col kflclos di profondità-superficie-profondità, è un segno sim-bolico (quel segno epifanico che è la grande scoperta di Lord Chandos,
come si legge nella famosa Brief di Hofmannsthal):
“…se ch’al fa chel lavadour ulà,
cul lene marsìt, plantat tal fangu?…;
“E cul deit a mi mostra,
ulà, tal sercli da l’ ombrena,
li’ fuarfis, il bagnaflours,
l’ agasanta”.
Segni epifanici, simboli come la “plancia” che oscilla quale ac-cordo tra superficie e profondità, mimésis di un moto cosmico:

“Plancia in duà poià
plan planc il cour ch’al nissa”.

Segni epifanici e sacrali:

“agasanta”,
“un’aga stuarta ch’a sbrissa,
cun anzul colat drenti”.

Affidarsi a questi segni è come ascoltare un “linguaggio d’acqua”:

“Nualtris doi, un on e na femina,
a nodà ta l’ aga da li’ peraulis
par sercià di brincà
il pes di un discors”.

Nell’ “acqua delle parole”, nella loro “lus verda”, c’è un “porto sepolto” che si può rammemorare, a dispetto di “superficialità” e “rettorica” (Michel-staedter):

“Nodant uchì sot, i podìn vuardà
se ch’a è restat di `na storia
in­negada, intorgolada ta un patùs
di peraulis strachis. Ta la not dal flun,
cuant che la luna a ti dispetena,
e li’ bisatis a ti ruzin dongia,
sintì il ciant agarous di na nona
tornà a gala, intant che’l mont
a si dismintia di vei seit,
la bocia dal doman massa suta…”.

Canto acquoso. Canto/acqua. Canto
che è suono, è soffio sì, ma vitale, umido: ecco la felice sinestesia di Vit: l’acqua delle parole.

Perciò la bocca del futuro può essere detta, in tempi di povertà (Hólderlin), “massa suta”.

Per questo i veri poeti sono quelli che

“imparin a tetà (suggere il liquido materno)
dal blanc (come il latte) dalsfuoi,
a fis’cià
da un vint isotera
drenti”.

Ma questa de-cisione dallo sguardo superficiale, dalle secche del linguaggio ordinario, comporta una destinale solitudine. Ecco la metafora del poeta-uccello, che canta d’estate al riparo di uno schermo di foglie e rami, al centro di un albero:

“se biel uchì tal scur, iò ussiel, poiat
ta li’ braghis, intant che par chealtris
un polvar ros a s’impeta tai seons!…
Restà sempri uchì”.

Ecco la difficile, incompresa pietas del poeta che si affratella alle creature più dimesse, “inferiori”, come “madras”, “lacais” ecc.

Il poeta è come il “Pieri”, “un re dai marangons”, chi ci aiuta a trattenere i pezzi della vita dentro una forma possibile, abitabile, chi può aiutarci ad arginare il dolore, ma mai a sopprimerlo:

“Cui claus ti pols arsinà
il sigu agarous dal lene…”.

Questa condizione singolare, l’abitare poetico, è un prezzo, ma anche un metodo, e forse un dono, offerto perché finalmente un’autenticità ci colga:

“fati cioi sù tal cunfìn
di un louc inciamò to”.

Introduzione a Ciacarada Ta ‘Na Lus Verda
( Chiaccherata in una luce verde)

Casa Ed. Aura
Udine Aprile 2000 pp 5-7

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